Tempus edax rerum | Marco Felicioni

Testo inedito

Nel 1481, durante il suo soggiorno milanese, l’architetto Donato Bramante fa incidere a Bernardo Prevedari, su una lastra di ottone, l’immagine seducente di una costruzione all’antica, perfettamente prospettica e dalle membrature possenti, seppure quasi in rovina [fig.1]. Si tratta di un esercizio virtuoso attraverso il quale Bramante fa sfoggio, in una sorta di manifesto, della sua cultura architettonica e di quella sintassi che, di lì a poco, saprà impiegare nei suoi più celebri progetti. Ebbene, ad un’attenta osservazione dell’incisione, l’occhio vigile non può lasciarsi sfuggire un particolare che, silente e inquietante, minaccia la composizione tutta: la chiave di volta di una delle arcate è compromessa e sta per cadere. La struttura è destinata, inevitabilmente, al crollo.

Quel concio slittato introduce, prepotentemente, la dimensione del tempo nell’architettura. Se da un lato la costruzione trova armonia attraverso l’applicazione di principi e proporzioni, dall’altro il tempo la consegna ad un lento e inesorabile ruinare. «Tempus edax rerum», tuona Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi. Un tempo che tutto divora, col suo trascorrere impassibile alle vicende umane. Questa la legge che regola il mondo: tutto muta e si rinnova. Nulla è stabile o fermo. Nemmeno l’architettura.

Nell’edizione del Vitruvio [fig.2] di Daniele Barbaro (1556) compare un’incisione allegorica che allude alla tripartizione dell’architettura tra Aedificatio, Machinatio e Gnomonica, laddove quest’ultima rappresenta la fabbricazione di strumenti per misurare, non a caso, il tempo: ecco allora che l’allegoria si popola di meridiane e orologi astronomici, di rocchi di colonne, di rovine aggredite dalla vegetazione. Per non citare, invece, il frontespizio del Terzo Libro dell’Architettura di Sebastiano Serlio (1547), che reca l’iscrizione: «Roma quanta fuit ipsa ruina docet» [fig.3]. Il monito del tempo fa da contraltare all’enunciazione di una regola. L’applicazione di principi geometrici e universali, in architettura, è soggetta al compromesso con l’uso, deve fare a patti con il tempo: l’estetica della rovina si presta, così, ad accompagnare iconograficamente la trattatistica rinascimentale (anche in virtù di un processo di progressiva rivalutazione della rovina, inaugurato nel 1519 dalla nota lettera a papa Leone X di Raffaello Sanzio e Baldassarre Castiglione).

I principi architettonici, presto o tardi, sono destinati a crollare. Così come crollano all’interno di un’incredibile narrazione messa in scena dal genio di Giulio Romano nel cortile di Palazzo Te a Mantova. Come nel caso dell’incisione Prevedari, anche qui un piccolo elemento fuori posto è in grado di disturbare l’intera composizione: facilmente si può notare, infatti, come in alcuni tratti della trabeazione alcuni triglifi risultino slittati verso il basso, quasi in procinto di cadere [fig.4]. Qui il crollo dei principi è, in effetti, auspicato: il gesto di Giulio Romano è tracotante nei confronti di un ordine di valori desunti dal passato. È un tentativo precoce di superare il Rinascimento, giocando con le sue regole; un atto reso possibile solo grazie all’estrema libertà di cui egli gode presso la corte dei Gonzaga. Un atteggiamento manierista, che culmina nella stanza più emblematica del Palazzo, la Sala dei Giganti, ove l’affresco della volta immagina il suo stesso crollo, schiacciando i giganti sotto il peso delle proprie pietre [fig.5].

In occasione del restauro del Colosseo, danneggiato dal terremoto del 1806, si assiste ad un ulteriore esempio, seppur ben lontano, di estetizzazione del crollo o del dissesto: Raffaele Stern riesce a congelare il dissesto delle arcate del Colosseo attraverso la costruzione di un grande sperone laterizio [fig.6]: il gesto, forse banalmente dettato da questioni di economicità, si rivela inaspettatamente geniale e prematuramente filologico. Senza esprimere giudizi di valore, il restauratore blocca un momento; l’immagine dell’arcata dissestata diventa così emblema di distacco e di profondo rispetto non solo verso la materia storica, ma anche verso chi in futuro tornerà ad intervenirvi. Lo sperone arresta il processo di degrado della struttura; per lo meno, rallentandolo, ce ne dà l’illusione.

Crollano le rovine anche nelle incisioni piranesiane, contribuendo a diffondere un’estetica del sublime, fatta di attrazione e repulsione. Il fascino ne arriva fino ad investire il lavoro di architetti contemporanei come Louis I. Kahn che, nella rovina, vede una costruzione liberata dall’uso, rimasta lì a raccontare la meraviglia del suo inizio, del suo farsi; la rovina è detentrice di valori, altrimenti oscurati dalla quotidianità dell’utilizzo. Ed è innegabile che nel Salk Institute (1959-65), così come nella Exeter Library (1965-72) [fig.7] e nell’edificio dell’Assemblea di Dacca (1962), l’architetto immagini alcuni spazi come completamente avvolti da strutture parietali, che alludono a scheletri murari di antiche rovine.

L’architettura ha l’ambizione di fissare ciò che il tempo, impassibile, sbriciola. Il crollo rappresenta un attimo di rivelazione, dal sapore benjaminiano, in cui tutto d’improvviso riacquista senso, viene riscritto. Il crollo è sublime, risolutore; ma anche memento d’effimera fugacità. Fermare il crollo – congelarlo – talvolta per gioco o con distacco, con fatalismo o intento educativo, significa riflettere sul valore inestimabile dell’architettura, sul suo stato di conservazione, sui tentativi di preservarla. Sforzi vani, eppure quanto mai necessari. Goethe definisce l’architettura come una musica congelata: prendendo in prestito questa geniale intuizione è facile immaginare come, in fondo, nel silenzio cosmico dell’universo, la sua durata sia pari a quella di una breve, seppure lieta, melodia. Piramidi, anfiteatri e archi di trionfo si esauriscono, così, appena nel tempo di qualche nota.

DATI PERSONALI:
Nome: Marco
Cognome: Felicioni
Data di nascita: 20/05/1994
Professione: dottorando

Elenco delle illustrazioni

Fig. 1 Donato Bramante, Tempio in rovina (1481); incisione a bulino di Bernardo Prevedari; 70×51,8 cm. Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli
Fig. 2 Allegoria delle Arti, in Daniele Barbaro, I dieci libri dell’architettura di M. Vitruvio, Venezia, Francesco Marcolini, 1556. Vicenza, Biblioteca del CISA Andrea Palladio, CAP d XVI 6
Fig. 3 Sebastiano Serlio, Il Terzo Libro dell’Architettura, Marcolini, Venezia 1544
Fig. 4 Giulio Romano, Palazzo del Te, Mantova, triglifo slittato
Fig. 5 Giulio Romano, Palazzo del Te, Mantova, La caduta dei Giganti
Fig. 6 Colosseo, Raffaele Stern, 1806, Roma
Fig. 7 Phillips Exeter Academy Library, by Louis I. Kahn, New Hampshire, USA. © Gunnar Klack

Scrivi un commento