Taut, Perriand e il sogno di una società pluriculturale | Filippo Esposito

Testo inedito

Siamo nel cuore dell’Ottocento. È un momento esaltante: il mondo dei trasporti, grazie all’affermazione delle nuove tecnologie, stava conoscendo un nuovo rinascimento. Gli uomini avevano iniziato a viaggiare nei cieli, con i primi palloni aerostatici, così come sottoterra, grazie a metropolitane già molto avanzate e capillari. Mai era stato così facile e veloce spostare uomini, merci e idee: se prima i contatti tra le civiltà erano stati intermittenti, se non del tutto inesistenti, adesso i destini delle varie comunità umane avevano iniziato a intersecarsi, dando vita ad un sempre fitto tessuto di incontri ravvicinati.
Prodotto di questa rete di scambi planetari fu l’Esposizione Universale di Londra del 1851. È il principe Alberto, parte del comitato organizzatore, a spiegarci che questa mostra intendeva essere ben più che una grandiosa raccolta di prodotti, ricordando che essa forniva al contrario “una viva immagine del livello di sviluppo al quale è giunta l’intera umanità, offrendo un nuovo punto di partenza a ogni nazione per i propri sforzi futuri”. Lo sviluppo cui fa riferimento il principe consorte, ovviamente, era quello dell’Occidente: l’Esposizione, dunque, diveniva l’eloquente manifestazione di un grande sogno egemonico della civiltà occidentale, persuasa di incarnare i paradigmi della modernità e del progresso. Nel XIX secolo, in effetti, gran parte del mondo era governata da uomini europei, i quali non hanno esitato a imporre sulle terre dominate le proprie coordinate culturali. Nacque dunque un’identità tra globalizzazione e occidentalizzazione, ovvero una disposizione culturale che rivendicava l’universalità dell’apparato valoriale dell’Occidente, riconoscendovi per l’appunto il modello di sviluppo obbligato per tutta l’umanità. L’Occidente, pertanto, iniziò a pretendere di incarnare l’essenza della civiltà e della storia, e di essere l’arbitro delle restanti culture del pianeta: la conseguenza fu che a tutte quelle culture “non occidentali” colpevoli di aver conservato la “società tradizionale” veniva rivolta la medesima accusa, quella di “sottosviluppo”, “inciviltà”, e “barbarie”.
Si pensi al caso del Giappone, il quale, nel 1868, dopo tre secoli di silenzio, ristabilì i contatti con l’Occidente, ritrovandosi di fronte a un nuovo mondo. Dovendosi adattare all’economia moderna, il Giappone attuò una brusca frattura con la propria tradizione e una massiccia importazione di forme artistiche e culturali occidentali. Anche l’architettura giapponese perse quel carattere di isolamento che aveva mantenuto intatto per tanti secoli, e iniziò a mutare sotto la pressione di questo sovranismo culturale: esempio eloquente di quest’infatuazione verso l’Occidente fu la Banca del Giappone di Tatsuno Kingo, che nell’impiego sistematico di elementi lessicali desunti dall’architettura rinascimentale (le finestre timpanate, l’ordine architettonico, il bugnato al pianterreno), avviò un dialogo che sprofonda nel tempo sino a giungere al bramantesco palazzo Caprini, ma che di fatto, nel tentativo stremato di rimanere connesso con la “contemporaneità”, si piega dogmaticamente a un modello culturale estraneo alla storia giapponese.
Eppure, la grande architettura occidentale pensava sempre di più all’Oriente, intendendo infatti proporre forme semplici, pratiche, in armonia con l’ambiente e con sé stesse. L’architettura giapponese aveva da sempre insite in sé queste caratteristiche: fra i primi a scoprirlo vi fu Bruno Taut, un architetto tedesco inquieto, sperimentatore, che, recatosi nel Sol Levante per sfuggire alle persecuzioni naziste, non esitò a riconoscere nella semplicità e funzionalità della tradizione costruttiva nipponica gli ingredienti fondamentali della nascente architettura contemporanea occidentale. Decadde, dunque, la pretesa di dominio culturale dell’Occidente: alla planetarizzazione dei canoni architettonici occidentali cominciò a opporsi, insomma, un’influenza in direzione opposta, per cui furono quest’ultimi a esporsi a stimoli e influssi benefici e costruttivi provenienti da altre civiltà, nel segno di una fertilizzazione reciproca delle culture. Sue sono le seguenti parole, pubblicate in un articolo eloquentemente denominato Ex Oriente lux:
Immersi in questo mondo – dov’è ora l’Europa? Firenze in rapporto è magra … il Barocco squilibrato. San Gedeone è una scatola di mattoni, e anche il Gotico è solo trascendentalismo contrito. Quanto poco rimane! Strasburgo, le vetrate gotiche, lo Zwinger di Dresda … ma davvero meglio delle loro controparti indiane?
Taut espresse queste riflessioni anche in un altro articolo denominato Architecture nouvelle au Japon, pubblicato nel 1935 sulla rivista francese L’architecture d’aujourd’hui. Sulla medesima pubblicazione figurava un altro testo, L’habitation familiale, frutto della penna di Charlotte Perriand. Quando la Perriand giunse in Giappone era già divenuta una dei protagonisti del design del XX secolo: attiva nell’atelier di Le Corbusier, al suo fianco si interessò alla crescita della cultura industriale nell’Occidente, con la parallela diffusione di materiali costruttivi innovativi come l’acciaio, l’alluminio e il vetro, e su come questi contribuissero a riqualificare la fisionomia dell’abitare contemporaneo. Grande fu la sua attenzione verso la progettazione di interni e di arredi: fu con questi strumenti, infatti, che la Perriand progettò spazi abitativi in grado di intendere il vivere quotidiano in maniera moderna, nonché numerose icone del design contemporaneo, come la celebre chaise-longue.
Tra il 1940 e il 1942 la Perriand, seguendo le orme di Taut, si recò in Giappone su invito dal governo per studiare nuovi approcci in grado di accelerare lo sviluppo industriale del paese. Affascinata dalla cultura nipponica, la Perriand non si lasciò tuttavia trascinare né in una sterile stigmatizzazione di modi architettonici “altri” rispetto a quelli giudicati propriamente “moderni”, né in un ostentato e paternalistico esotismo che, nell’idealizzare il “diverso” (nell’architettura come nella società), non faceva altro che legittimare la natura predatoria delle pratiche dell’Occidente. Al contrario, nell’esperire la terra che la stava ospitando, la Perriand vi partecipò con pieno coinvolgimento culturale ed emozionale, spogliandosi delle sue convinzioni “da occidentale” e maturando così una profonda comprensione della cultura locale, in termini di usi, costumi, aspetti artistici e quindi ovviamente architettonici.
Durante questo soggiorno, infatti, la Pierrand ebbe modo di approfondire la sua conoscenza delle tradizioni produttive giapponesi: teiere in ghisa, contenitori bentō in legno laccato, tende noren dalle fiabesche decorazioni sono solo alcuni dei prodotti che la Perriand deve aver osservato visitando instancabilmente i laboratori artigianali di Tokyo, al fine di comprendere come meglio manipolare materiali tradizionali come il bambù, il legno, la lacca, la ceramica. Come già fece Taut, ella osservò anche come la semplicità e la funzionalità delle architetture giapponesi fossero motori di un nuovo modo di abitare, nonché di valori non così dissimili dalle conclamate scoperte del Movimento Moderno: innumerevoli furono le tangenze che rinvenne tra gli shōji lignei scorrevoli con tamponatura trasparente delle abitazioni tradizionali giapponesi e le “moderne” curtain walls in alluminio e vetro che avvolgevano gli edifici di Gropius e Le Corbusier. Ancora più folgorante per la Perriand fu la scoperta di come la tradizione giapponese valorizzasse gli arredi, disponendoli con grande sensibilità e talora integrandoli permanentemente nell’edificio: in tal modo si eliminavano i confini tra architettura di esterni e di interni, in un sincretismo che in Occidente la Perriand promuoveva audacemente da decenni, suscitando persino le perplessità di Le Corbusier (che, notoriamente, la accolse nel suo studio ricordandole: «Qui non si ricamano cuscini…»). Il futuro dell’Occidente, insomma, era iscritto in Oriente. Un Oriente che, come ricorda sempre la Pierrand, non doveva provare disagio dinanzi le proprie tradizioni, né volgersi codardamente all’ethos europeo: non ha senso rinunciare ai futon e adottare arredi occidentali se ciò comporterà minore trasparenza, flessibilità funzionale, permeabilità fisica e visiva, ovvero le stesse qualità che le coeve sperimentazioni di quello che orgogliosamente si conclamava “Movimento Moderno” stavano faticosamente ricercando.
Anche una volta tornata in Europa, la Perriand non poteva fare a meno di pensare al Giappone: ne erano prova la chaise longue Tokyo realizzata in listelli di bambù e, soprattutto, la realizzazione nel 1993 a Parigi di una Maison du Thé. Era quest’ultima un’interpretazione contemporanea della tradizionale chashitsu (casa da tè) giapponese: la Perriand propose un’aerea copertura circolare di canne di bambù che, flettendosi, sorreggevano una vela, generando uno spazio luminoso, organico, adatto alla quieta solennità della cerimonia del tè e anche per «meditare e sognare una nuova età dell’oro, tanto attesa, tanto sperata…» come la stessa Perriand si augurò.
Ma quale può essere l’età dell’oro da vagheggiata dalla Pierrand? Con quel nodo di fenomeni antropologici che oggi definiamo “globalizzazione” questo incontro (o scontro?) tra civiltà è una prospettiva sempre più inevitabile: si tratta allora di immaginare un mondo culturalmente plurale che, al posto di imporre una civiltà dominante che tenta aggressivamente di esportare i propri valori, nel segno di una mortificante omologazione, prevede la pari dignità di tutte le culture, architettoniche come sociali, destinate a interpenetrarsi come mai prima, generando non incomprensioni o annullamenti di identità, bensì un dialogo votato alla cooperazione, all’arricchimento reciproco, e vivificato dalle infinite opportunità di uno scambio planetario.

Bibliografia
• Barsac J., Charlotte Perriand et le Japon, Parigi, Norma Éditions, 2008.
• Junghanns K., Bruno Taut, Milano, Franco Angeli Editore, 1978.
• Said E., Orientalism, New York, Doubleday, 2014 [1978].

DATI PERSONALI:
Nome: Filippo
Cognome: Esposito
Data di nascita: 09/10/1998
Professione: studente di architettura

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