Ricerca di un nuovo metabolismo per la resilienza della città contemporanea | Maria Giada Di Baldassarre

Testo inedito

Le città sono centri di idee, cultura, produttività, sviluppo sociale ed economico, ma la maggior parte delle attività che vi si svolgono rappresentano sorgenti dirette o indirette di immissione di gas alteranti nell’atmosfera, rendendole i principali responsabili del cambiamento climatico. Allo stesso tempo risultano gli organismi più vulnerabili agli impatti degli eventi naturali che ne derivano, sia a livello economico che in termini di salute e perdita di vite umane. Attualmente, secondo il dossier dell’Onu “World Urbanization Prospects 2018”, circa il 55% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e questa percentuale è destinata ad arrivare al 68% entro il 2050. Questo dato sottolinea l’importanza di un intervento in termini di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico con il fine di poter rendere la città resiliente. In termini ecologici la «resilienza determina la persistenza delle relazioni all’interno di un sistema ed è la misura della capacità di questi sistemi di assorbire i cambiamenti delle variabili di stato, di guidare variabili e parametri, e di persistere» (Holling, 1973). La resilienza urbana, quindi, deve essere intesa non come resistenza e opposizione agli eventi naturali, in quanto ineluttabili, ma come capacità di assimilazione degli stessi. Non si tratta di un ritorno allo stato originario, ma del raggiungimento di una nuova stabilità, che assorba l’evento naturale e possa trovare in ciò nuove opportunità di sviluppo ed avvio di originali processi di rigenerazione. La città è da considerarsi un ecosistema, in quanto costituita dall’insieme di popolazioni vegetali e animali e dalle relazioni tra di esse e le componenti fisiche ed energetiche dell’ambiente stesso, relazioni che si concretizzano in flussi di materia, energia ed informazioni, di cui l’ecosistema urbano si nutre restituendo all’esterno rifiuti ed emissioni inquinanti. Attualmente non si può, però, fare affidamento sul «metabolismo di tipo lineare che configura la città come macchina urbana consumatrice di risorse illimitate da un territorio circostante e produttrice di scorie da smaltire secondo una dinamica funzionalista input-output dissipatrice di risorse» (Gasparrini, 2016) ma si deve «traguardare un metabolismo più complesso e meno convenzionale che deve rispondere contestualmente alla scarsità di risorse non rinnovabili, alla sussultorietà e latenza dei rischi prodotti dalla fase di sviluppo urbano degli ultimi decenni e alle mutate condizioni climatiche che esasperano queste dinamiche» (Gasparrini, 2016). Le città contemporanee sono il frutto dell’espansione smisurata e incontrollata del XX secolo. Spesso descritte come diffuse, porose, discontinue o aperte, non sono altro che il risultato di dinamiche strettamente legate all’attuale crisi politica, economica, sociale e culturale. Ma «la città è ben lontana dall’essere morta, […] sta semplicemente cambiando, come è più volte accaduto nel corso della sua lunga storia, conoscendo oggi piuttosto una “dissolvenza” da una forma nota» (Gasparrini, 2013). La forma attuale della città denuncia la compresenza di sistemi costruiti, semi-costruiti e aperti, con un’elevata concentrazione di aree dismesse o sottoutilizzate, ruderi, edifici in stato di degrado e abbandono, spazi residuali e vuoti urbani di varia natura. È fondamentale riconoscere che «il vuoto, nella strategia di rigenerazione risulta essere, in una dimensione urbana e territoriale, figura necessaria; non solo come condizione, né come spazio complementare al volume costruito, quanto piuttosto come soggetto, spazio in tensione, carico di significati, storia ed energie, in cui si compie il gesto primo della socialità: il conoscere e il comunicare» (Nucera, 2013).

Rete di spazi pubblici resilienti
Come organismo complesso e dinamico, la città è caratterizzata da molteplici sistemi: infrastrutturale, ecologico, economico, produttivo, sociale, culturale. Una città che aspiri ad essere resiliente deve essere «una città che si modifica costruendo risposte sociali, culturali, economiche e ambientali nuove che le permettano di resistere nel lungo periodo alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia» (De Angelis, Izzo, 2013). Questo può avvenire unicamente se il suo assetto è strutturato, diversificato, ridondante, flessibile, inclusivo e interconnesso. Per questo l’approccio progettuale deve essere di tipo integrale, considerando l’esistenza dei diversi sistemi endogeni e valutandone auspicabilmente la loro commistione. Lo spazio pubblico ha la possibilità e le caratteristiche necessarie per diventare l’elemento che ospiti l’integrazione tra questi sistemi e ne favorisca il potenziamento. Inoltre la qualità della vita dell’uomo è il riflesso diretto della qualità dello spazio pubblico che abita e può essere definita da una serie di parametri concernenti la vivibilità, la sicurezza, la salute, la sostenibilità e l’attrattività dei luoghi stessi. «Al fine di garantire un rinnovato comfort ambientale urbano, risulta necessario e doveroso porre lo spazio pubblico al centro delle strategie di adattabilità e resilienza accordandogli, attraverso azioni strategiche e progettuali, un ruolo chiave nel processo di rigenerazione della città contemporanea secondo nuovi principi» (Accica, Torresan, 2017). L’obiettivo deve essere quello di sfruttare gli spazi liberi, messi a disposizione dal tessuto urbano, per creare spazi pubblici vivibili, accessibili, con generali condizioni di comfort e capaci di stimolare il senso di appartenenza degli abitanti, mirando ad «accorpare più aree, così da produrre una differenziazione nella definizione e nell’offerta degli spazi collettivi, innalzando inevitabilmente la qualità per chi li vive e rendendo l’intero ambito più appetibile e accattivante nell’ottica di investimenti e prospettive future. Effettuare un adeguato salto di scala per cui questi brani di città opportunamente posti in rete possano diventare il tessuto connettivo che collega le diverse parti urbane, con una appropriata diversificazione dell’offerta (mix funzionali, tipologici, sociali) e con un’attenzione particolare all’ambiente, attuando così comportamenti sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale» (De Angelis, Izzo, 2013). «Tale sistema va costituendosi come […] “telaio” per la configurazione di un nuovo modello di città resiliente, connotato da paesaggi urbani dinamici e usi temporanei, da nuove ecologie industriali e economie circolari, risposte affidabili per gli scenari urbani interessati dalla crisi socio-economica e dai cambiamenti climatici» (Poli, Ravagnan, 2017). La messa a sistema di queste aree pubbliche, risultato di azioni di sovrascrizione dei vuoti, ha l’obiettivo di costruire uno spazio ibrido che migliori la vivibilità generale della città, la qualità edilizia del costruito, la distribuzione dei servizi, l’efficienza nell’utilizzo delle risorse e l’inclusività sociale. «Nella rete degli spazi pubblici è opportuno siano individuate polarità e aggregazioni, evitando che ostacoli psicologici rafforzino o consolidino ostacoli fisici» (Garau, Lancerin, Sepe, 2013). Questo ruolo di nodo catalizzante può essere senza dubbio rappresentato dal patrimonio culturale. Inoltre, esso è in grado di rappresentare un reale supporto allo sviluppo economico e sociale, in quanto attrattore turistico, sistema culturale e struttura commerciale, ma il fattore fondamentale è relativo al suo valore intrinseco, connesso alle sue caratteristiche di autenticità, integrità e identità. «Queste azioni di resilienza, se riferite allo spazio pubblico, possono essere l’occasione per una reale progettazione integrata che contribuisca alla rigenerazione ecologica della città contemporanea e migliori la qualità di vita dei cittadini, favorendo processi di inclusione sociale che ridiano vita al senso di appartenenza a un luogo e a una comunità» (Accica, Torresan, 2017). Questo perché il patrimonio culturale possiede la capacità di tenere strette le comunità associando i cittadini attraverso un’identità condivisa, un legame con lo spazio che vivono ogni giorno, includendo le minoranze, gli svantaggiati e gli esclusi sociali, contribuendo alla coesione, allo sviluppo sostenibile e al benessere psicologico della popolazione.

Conclusioni
Nella città contemporanea si fa evidente la necessità di «produrre “nuovo suolo”, dare spessore, qualità e valore (sociale e produttivo, non immobiliare) a quello non consumato e rigenerare il costruito attraverso politiche di riciclo» (Gasparrini, 2013). L’obiettivo da prefiggersi è la riscoperta degli spazi vuoti e dei luoghi dell’abbandono come opportunità di sviluppo della resilienza della città e, quindi, «attivare e potenziare nuovi scenari di sviluppo mediante lo svelamento e la riscoperta di risorse abbandonate e sopite, ma presenti nella memoria del territorio, dove la memoria ha senso proprio perché si porta dentro un futuro» (Di Figlia, 2013). «L’irruzione della dimensione ecologica alimenta un lavoro sui network paesaggistici e sulle infrastrutture ambientali, attivando dinamiche virtuose di riciclo delle risorse scarse per costruire una nuova città attorno ai “beni comuni” per dare struttura e senso alla città diffusa» (Gasparrini, 2016). La realizzazione di una rete di spazi pubblici resilienti, con valore materiale e immateriale, che pervada gli spazi vuoti, ricicli gli scarti e ri-usi gli edifici abbandonati, agganciandosi al sistema patrimoniale pubblico e ponendo il cittadino al centro dei processi decisionali e realizzativi, può rendere resiliente l’intera città, così che sia vivibile per la generazione presente e trasmessa in eredità alle generazioni future.

DATI PERSONALI:
Nome: Maria Giada
Cognome: Di Baldassarre
Data di nascita: 14/02/1993
Professione: Ingegnere Edile, PhD Candidate

Scrivi un commento