La caffettiera di Aldo Rossi. Il mondo interiore nei disegni dell’architetto | Niccolò Iacometti

Testo edito pubblicato su LetterArti (www.letterarti.wordpress.com), 4 ottobre 2017, e su Academia.edu (www.academia.edu), 31 ottobre 2018

I disegni rappresentano una parte importante dell’opera di Aldo Rossi, e una serie di passaggi sempre fondamentali nell’ambito delle sue riflessioni sull’architettura. Nel corso delle sue commissioni ma anche di quelli che sono i suoi viaggi, sin dai primi anni di attività, il disegno estemporaneo gli riempie i momenti liberi rivelandosi un fedele compagno. Non a sproposito potrebbe essere ripresa una considerazione del critico americano Carter Ratcliff: «Rossi is an obsessive diarist».1
Tra il 1968 e il 1992, Aldo Rossi raccoglie in una serie di taccuini le impressioni che formula in mesi e mesi di lavoro, tra incontri con la committenza e progettazione, convertendo le questioni architettoniche che affronta in preoccupazioni personali. Allo stesso scopo e con la medesima ossessività, fa uso del disegno. Nascosti tra le pagine a righe di questi Quaderni Azzurri non mancano infatti alcuni piccoli schizzi il cui scopo è chiarificare un pensiero che si è fatto troppo complesso,2 costituendo la base di un mondo interiore il quale si riversa anche nei disegni relativi alle opere di architettura più importanti, e il nucleo di un complesso pensiero insieme giocondo e malinconico. Proprio questo mondo interiore fa dell’opera grafica di Aldo Rossi, collaterale ad una brillante carriera da progettista e studioso, un caso più unico che raro nel panorama delle analoghe e coeve esperienze di architettura disegnata. Non fosse altro per l’originalità di un linguaggio che tende a superare e a completare i fini della progettazione.
Affermando di aver visto su riviste disegni elaboratissimi ma nei quali mancasse «la trama di un racconto o di un intreccio possibile»,3 Rossi enuncia il significato di un impegno grafico che non di rado assume i caratteri della pittura. Colpisce al primo sguardo la prolusione commista di tecniche che adopera con evidente virtuosismo. Eppure i suoi disegni non sono mai soltanto, anzi non sono affatto esercizi di stile. Ogni foglio racchiude sempre una propria drammaturgia (termine appropriato per un uomo che invocava spesso il suo rapporto di familiarità con il teatro) la quale traduce una visione del mondo passante dal punto di vista soggettivo del disegnatore. Mentre per molti architetti rappresentare significa mettere in mostra una realtà perfettamente visibile, fisica del costruito e sociologica dell’abitare, per Rossi assume il significato teatrale di mettere in scena, di raccontare per esprimere un significato più recondito. Emerge quindi un altro elemento che lo distacca nella pratica dello schizzo dalla consuetudine degli architetti: il quotidiano per lui non è stereotipico, rubato alla vita altrui. Sa anzi espressamente di vissuto in prima persona.
Buona parte dei temi che Aldo Rossi fa propri erano stati già affrontati nel primo Novecento dai pittori metafisici, tanto che il suo lavoro può sembrarne un contributo tardivo. Egli stesso ha sovente indicato quale proprio pittore preferito Mario Sironi, alle cui immagini di città si ispirano alcuni tra i suoi primi dipinti da cavalletto realizzati dal 1948 al 1950.4 Negli anni, ha scritto l’amico e collega Vittorio Gregotti, il suo interesse per la metafisica era andato crescendo con particolare riguardo al ciclo delle piazze d’Italia dipinto proprio da de Chirico, il quale così aveva riscoperto in anticipo il fascino per il costruito tradizionale italiano.5 Senza dimenticare che per Aldo Rossi l’architettura è un linguaggio poetico, materiale vivo di sperimentazione, scenografia e allo stesso tempo attore di molte sue rappresentazioni, nelle sue vedute urbane l’architettura tradizionale/storica si mischia felicemente alle immagini dei progetti realizzati tra gli anni ’60 e i ’90. Tra questi, i più cari all’architetto paiono essere il Teatro del Mondo e l’ossario presso il Cimitero di San Cataldo a Modena. Gli ultimi sono come i figli dei primi. Attraverso queste operazioni di collage, Rossi studia la città da anatomista, estraendo l’elemento prezioso, frammento di qualche edificio, che poi la composizione provvede a esaltare. Si realizza così almeno in parte quel dialogo sempre auspicato tra contemporaneo e antico nel genere del capriccio che da pittore Aldo Rossi sa riscoprire e reinterpretare in maniera fresca ed originale.
Da Morandi, Rossi sembra mutuare invece il gusto per la natura morta, facendone però emergere un lato che si dovrebbe definirebbe domestico ancorché privato. Caffettiere (sovente di sua creazione), bottiglie con i bicchieri, pacchetti di sigarette, orari del treno o pagine di giornale, lattine di bevande gassate, il tavolo e la sedia, gli orologi e altre suppellettili; nel loro ricorrere questi oggetti affermano l’importanza della quotidianità e la casa, così come la città, diventa un dispositivo teatrale, lo spazio scenico per le visioni di Rossi.6 Va detto allora che gli oggetti, a casa di Aldo Rossi, non costituiscono mai un mondo a parte rispetto all’architettura: è difficile trovare una rappresentazione in cui essi non stabiliscano un dialogo, un confronto o un’analogia – per usare un termine proprio del pensiero rossiano – con le cose costruite. Succede infine che i generi della veduta cittadina e della natura morta tendono a confluire e a condividere lo spazio della rappresentazione, facendosi controparti reciproche ed espressioni dello stesso pensiero.
Una lettera e Interno con stampa (1990, 1991) sono soltanto un paio di quelle visioni in cui il tema dell’abitazione viene rappresentato come luogo della domesticità. Dalla loro analisi emerge come Aldo Rossi non sia interessato all’abitare funzionale, semmai quello che cerca è il risvolto emotivo di una narrazione per immagini che trova luogo in un ambiente familiare nel senso di noto e perciò rassicurante. In entrambi i disegni, l’architettura non definisce solamente lo spazio in cui si svolge la vicenda ma irrompe nella rappresentazione grazie a una finestra oppure tramite un quadro posti in secondo piano, suggerendo che lo studio dell’architettura faccia parte della quotidianità di Aldo Rossi tanto quanto bottiglie e caffettiere. Paesaggio domestico con anitra e Natura morta con architettura (1984) sono molto più vicini all’impostazione morandiana della natura morta: con gli oggetti che dominano indiscussi la composizione. Anche qui il richiamo all’architettura non viene evitato ed è certamente il caso del primo dipinto quello più affascinante, con il titolo che invita l’osservatore ad emozionarsi guardando comuni oggetti d’arredo come se si contemplasse un paesaggio. Anche nel secondo dipinto l’architettura entra a gamba tesa nella raffigurazione, sebbene lo faccia in maniera ancora discreta, all’interno di cornici che si assumono appese a soltanto lievemente percepibili pareti di fondo.7
Un filone parallelo di opere (non vi è apparente cronologia di un’evoluzione; non è un linguaggio che progredisce nella forma ma adopera più forme allo stesso tempo) sposta il terreno del confronto, illustrando la completa dissoluzione dello spazio interno mentre gli oggetti di casa arrivano, a poco a poco, a inserirsi persino nel tessuto urbano delle visioni architettoniche. Disegni come L’orario estivo e Yellow pages (1983, 1993) mostrano proprio come si accorci questa distanza tra gli oggetti e le architetture. L’espediente spaziale e rappresentativo impiegato è piuttosto semplice: per il motivo che sono poste in primo piano, le nature morte danno l’impressione di stare raggiungendo le stesse dimensioni dei gruppi di edifici. Verso una più forte commistione tra gli oggetti architettonici e quelli d’arredo il passo è breve. Alla fine non vi è più distinzione alcuna: caffettiere e bottiglie entrano a far parte del novero degli archetipi del costruito. Il ritorno dalla scuola (1984) rappresenta però il culmine di questa ricerca. Se considerata come la sperimentazione di linguaggi differenti, allora questo disegno è la sintesi hegeliana dell’incontro tra oggetto di casa e oggetto-casa medesimo. L’immaginazione di oggetti che possono essere abitati risulta in un’esaltazione pleonastica della domesticità, quando le cose che ci sono più familiari, sempre nel senso che ci danno maggiore sicurezza, diventano a loro volta luogo in cui si svolge la domesticità e il luogo per eccellenza: la casa. Ancora una volta, all’idea della macchina per abitare, dogma della progettazione razionalista, Aldo Rossi contrappone una visione dell’architettura più umana ed empatica.
In una raccolta di saggi riguardo alla sua esperienza personale con l’architetto milanese, Antonio Monestiroli esprime un concetto che riassume tutto il pensiero di Aldo Rossi:

[…] il problema per lui non era tanto il funzionamento del mondo, quanto la rappresentazione dei valori […] non è mai stato quello di mettere in opera meccanicamente la nostra vita ma di metterne in scena il senso. […] Tutto per Aldo Rossi era spettacolo [e] questo spettacolo andava messo in scena.
La città come “scena fissa della vita della vita degli uomini”, come luogo di cui stupirsi ogni giorno, così come ci si stupisce della propria esistenza.8

Una lettera, 1990, tecnica mista su carta, 49.5×34 cm


Interno con stampa, 1991, acquatinta e acquaforte su carta, 35×50 cm.

Paesaggio domestico con anitra, 1984, pastello e inchiostro su carta da lucido, 30.4×48.3 cm

Natura morta con architettura, 1984, tecnica mista su pagina di giornale, 34.5×50.8 cm.

 L’orario estivo, 1983, gessi e penne colorate su carta, 20.9×30 cm.

Yellow Pages, 1993, inchiostro e acquerello su carta, 22×30 cm


Il ritorno dalla scuola, 1984, inchiostro e acquerello su carta, 24×33 cm.

Note:

1 AA.VV., Aldo Rossi. Drawing and paintings, Princeton Architectural Press, 1993, p. 13.
2 Ibid.
3R. BONICALZI, Intervista ad Aldo Rossi, CLUA, 1979, p. 5.
4 AA.VV., Op. cit., p. 11.
5 V. GREGOTTI, Aldo Rossi e l’anima delle città, in la Repubblica, 5 settembre 1997, s.n.p.
6 AA.VV., Op. cit., p. 101.
7 Sempre a proposito di Natura morta con architettura è interessante notare come Aldo Rossi non si preoccupi di nascondere quale bevanda contenga o abbia contenuto la lattina rossa che partecipa alla sfilata degli oggetti. L’allusione al noto drink americano è solo suggerita, ma tanto basta per pensare che Rossi non si mostri per nulla indifferente alle altre correnti artistiche del suo secolo e, a modo suo, tenendosi lontano dalla spregiudicatezza di Andy Warhol, faccia una breve e garbata incursione dalla metafisica nella Pop Art.
8 A. MONESTIROLI, Il mondo di Aldo Rossi, LetteraVentidue 2015, pp. 14-15.

DATI PERSONALI:
Nome: Niccolò
Cognome: Iacometti
Data di nascita: 12/10/1991
Professione: scenografo teatrale e insegnante

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