Atene. L’identità culturale nell’epoca della globalizzazione | Laura D’Onofrio

Scritto inedito

Quella della città di Atene è una narrazione singhiozzante, fatta di episodi sconnessi e di frammenti che appartengono a storie diverse.
L’incipit è molto chiaro: la culla della civiltà occidentale, il Partenone come climax e una serie di trame collaterali articolate secondo regole precise, decifrate solo in epoca moderna da Costantinos Doxiadis.
Scendendo dalle pendici dell’Acropoli la narrazione si complica: l’idea del grande parco archeologico è rimasta un’utopia, una sequenza di frammenti tra i quali la città moderna si è insinuata.
Tutti gli episodi della promenade archeologica, nonostante le interferenze e le interruzioni, sono legate dal paesaggio attico e, soprattutto, dal sistema dei percorsi, intrisi da una sensibilità panteistica spiccatamente greca, che ha il suo padre moderno in Dimitris Pikionis. C’è un episodio che in maniera particolare stride con questo filone narrativo, il cui linguaggio schietto e moderno lo rende totalmente alieno a questa dimensione in qualche modo romantica: il Nuovo Museo dell’Acropoli. Per quanto fisicamente connesso al cosiddetto Athenian Walk, il Museo di Bernard Tschumi e Michael Photiadis appare come una sorta di flash-forward rispetto al delicato contesto in cui si colloca.
Il progetto, vincitore del quarto concorso indetto per la costruzione nel NAM nel 2000, manca infatti dell’opportuna sensibilità paesaggistica di cui era invece investita la proposta presentata dal solo Photiadis che, nella prima fase del 1989, preferì il sito della Koile (sul versante occidentale della collina del Filopappo) piuttosto che Dyonissos (sull’opposto pendio, in connessione diretta con l’Acropoli) o Makryianni, dove sorge l’attuale museo.
Nell’area della Koile – non rinnovata poi dal successivo bando del 2000 – insistono poche costruzioni, certamente di minor pregio rispetto alle abitazioni liberty demolite in Makryianni per far posto al complesso dell’attuale museo, dove sono state peraltro riportate alla luce rovine datate dal 3000 a.C. fino all’epoca bizantina.
Non si vedono altre ragioni, se non quella di risolvere insieme la questione del NAM e della musealizzazione di questi resti, per restringere la scelta ad una sola area, problematica per la necessità di costruire in sospensione sulle rovine, di espropriare terreni privati, di rispettare le preesistenze vincolate (l’ospedale militare e la chiesa) e di mettersi in relazione con il tessuto urbano circostante; più la risoluzione di un rompicapo che un progetto di architettura.
Seppur non in diretta comunicazione visiva con l’Acropoli, Koile rientra nei limiti del parco archeologico e permette, a differenza della precedente area, di sviluppare un progetto in forte relazione con il paesaggio attico. Questo rapporto è pienamente sviluppato nel progetto di Photiadis per un museo che si insinua nell’orografia del rilievo, creando uno spazio artificialmente ipogeo, che non intacca il tessuto urbano né la percezione del Filopappo.
Molti aspetti del progetto possono essere messi in discussione, come la correttezza logica di riproporre la planimetria dei principali monumenti dell’Acropoli nel disegno dei lucernari, scelta che si chiarisce solo all’interno, dove ogni pezzo è esposto al di sotto dell’impronta del monumento a cui appartiene.
È chiaro che imporre a un progetto di questa scala di confrontarsi con un tessuto denso e intricato com’è quello che circonda l’Acropoli non può portare a risultati positivi in questo senso. Ne sono prova altre delle proposte giudicate tra le più degne di menzione, come quelle di Daniel Libeskind e di Arata Isozaki, che risolvono il museo con un “non-edifico” di forme plastiche, che si definisce come totalmente altro rispetto al tessuto.
Pretesto alla costruzione del NAM è stata la restituzione dei marmi di Elgin da parte della Gran Bretagna, la quale ha sempre sostenuto che Atene non disponesse di luoghi adatti per conservarli.
Il significato dei marmi per il popolo greco va ben oltre il valore testimoniale-archeologico: sono parte mancante di una volontà di riconoscere la propria identità nella dimensione dell’architettura, di cui i massivi restauri del Partenone sono il segno più evidente.
È possibile dire che questo “tempio moderno”, costruito per ospitare i marmi, sia investito per proprietà transitiva dello stesso valore identitario di cui è investito il Tempio antico? O è piuttosto un’operazione mediatica che rientra più nella sfera della spettacolarizzazione?
Questo appare più plausibile, se si considera che i due concorsi internazionali seguirono cronologicamente l’ingresso della Grecia nell’UE. In quest’ottica l’intervento delle cosiddette archistar (Bernard Tschumi in primis ma anche Renzo Piano con il progetto per la Fondazione Stavros Niarkos) porta forse in secondo piano aspetti più decisivi, quali appunto l’intenzione di recuperare i marmi e concretizzare in un simbolo la rinascita del paese dopo la dittatura.
In tal senso emerge un aspetto quanto meno controverso della Grecia contemporanea, quasi un sacrificio della propria tradizione. L’identità della Grecia più vernacolare, che si ritrova in tutto il paesaggio attico e nell’Acropoli, accoglie, nell’epoca della globalizzazione e della spettacolarizzazione, nuovi episodi che parlano di una Grecia internazionalizzata ma che esiste solo in potenza. Accanto ad un’ostinata e quasi ossessiva conservazione del patrimonio archeologico, che vuole mettere in luce la propria unicità e quindi definirsi come “diverso da”, emerge un opposto desiderio di prendere le distanze dalla tradizione e mettersi a confronto con il linguaggio moderno della globalizzazione, definendosi quindi come “simile a”.
Cristallizzare le forme di un passato glorioso, composto da alcuni dei più importanti monumenti del mondo occidentale, o aprirsi ed accogliere le contaminazioni della contemporaneità anche laddove regna un’eterna sacralità? Questo è il dilemma, e la Grecia, evidentemente, non ha ancora deciso che strada intraprendere.

BIBLIOGRAFIA
A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, Electa, Milano, 1999
C. A. Doxiadis, Architectural Space in Ancient Greece, MIT Press, Cambridge 1972
E. Greco, Topografia di Atene, Sviluppo urbano e monumenti dalle origini al III secolo d.C., Pandemos, Paestum, 2010
Y. Simeofordis, Centocinquant’anni di idee per l’Acropoli di Atene, Casabella no. 585, dicembre 1991

SITOGRAFIA
Michael Photiadis, Associate Architects, NEW ACROPOLIS MUSEUM (NAM), Koile site, International Competition – http://www.photiadis.gr/new-acropolis-museum-koilon-athens/

DATI PERSONALI:
Nome: Laura
Cognome: D’Onofrio
Data di nascita: 30/12/1994
Professione: Supporto alla didattica

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