Astrazioni topografiche: una lettura dell’opera di Carrilho da Graça | Lorenzo Stefano Iannizzotto

Testo inedito

“Sa, io faccio immagini, fotografie, ma non avevo mai pensato realmente al bianco e nero prima di vedere i nostri filmati. Capisce quello che voglio dire? Si può vedere la forma delle cose.”
The State of Things, Wim Wenders

Nell’opera di Carrilho da Graça si può riconoscere una continua tensione fra due polarità che si conciliano nell’opera, dopo un processo progettuale teso a raggiungere l’essenziale.
Infatti, come egli stesso afferma, nelle sue architetture è “leggibile, un movimento di affermazione, essenziale alla caratterizzazione e strutturazione del programma, e un altro movimento, quasi con un senso inverso, di relazione con la città, con il contesto costruito o con il territorio.” (1)
Proprio il territorio ci appare sin da subito come il nucleo fondamentale della sua ricerca, al tempo stesso punto di partenza e di arrivo del processo progettuale.
Ma cosa intende Carrilho da Graça per territorio?
Per territorio egli non intende la natura, in senso generale. Né, tantomeno, individua il paesaggio oppure il contesto, in quanto il primo presuppone un punto di vista o almeno una soggettività umana, mentre il secondo viene generalmente inteso come l’insieme delle condizioni geometriche, storiche e culturali del luogo.
Piuttosto, per l’architetto portoghese, il territorio è l’insieme delle condizioni geografiche di una determinata area del pianeta, la compresenza di alcune caratteristiche fondamentali per l’architettura, come topografia, orografia, idrografia, fino al sole e alla vegetazione. Il territorio per Carrilho da Graça è una realtà oggettiva che deve essere letta e compresa, è il supporto iniziale, lo scheletro su cui si costruisce, ma soprattutto, è una costante invariabile, presente in tutti i luoghi e immutabile nel corso della storia.
Come egli afferma, “Se potessi costruire a New York cercherei lo stesso appoggio nel territorio che cercherei in un luogo completamente disabitato in Alentejo” (2); e ancora: “Di fatto, gli edifici possono essere distrutti o scomparire, ma se c’è una cosa che non scompare mai sono le tracce strutturali che si accumulano sul territorio, e neanche i bombardamenti o le catastrofi naturali distruggono completamente.” (3)
Basandosi sugli studi italiani di Saverio Muratori e dei suoi allievi, in particolare Gianfranco Caniggia e Giancarlo Cataldi (4), l’architetto portoghese riconosce nel territorio la matrice fondamentale della nascita e dell’evoluzione delle città, una lenta presa di coscienza da parte dell’uomo del territorio che lo circonda, da cui è influenzato e che a sua volta influenza.
Nel progetto, Carrilho da Graça punta a relazionarsi in modo diretto soltanto con il territorio, componente originaria e invariabile della città, e cerca un rapporto con ciò che sta all’origine, con ciò che è essenziale. Questo gli ha permesso, agli inizi della sua carriera di architetto, di non relazionarsi a quella componente del contesto determinata dalle architetture preesistenti, dalla geometria, dalla storia o dai materiali del sito, in quanto “con la presunzione propria della gioventù potevo giudicare il costruito della città più o meno in armonia con il territorio e quindi progettare più o meno in accordo con essi.” (5)
La continua ricerca per ciò che Carrillho da Graça considera essenziale è il filo che unisce quei due movimenti a cui si accennava in apertura.
Se da un lato la sola relazione con ciò che vi è di essenziale nel contesto, ovvero il territorio, gli permette di rivendicare l’indipendenza della sua opera, slegata da riferimenti formali con il contesto, dall’altro la ricerca per l’essenziale investe anche la sfera soggettiva e plastica dell’architetto portoghese.
Infatti, se lo scopo del progetto è “cercare di ricreare un territorio molto più elementare, molto più primitivo e che, così, fosse sempre possibile constatare che un essere umano che arrivasse in quello spazio o che lo attraversasse, possa sentire l’aria, gli uccelli, la natura, gli alberi e il sole, in maniera simile al primo individuo che visse quella esperienza”(6), questo scopo può essere raggiunto solamente con la semplicità e l’economia della costruzione, con pochi gesti ma chiari.
Parlando di stili e linguaggi dell’architettura l’architetto portoghese ammette di interessarsi al modo di vivere e all’architettura dei monaci francescani, in quanto “i loro abiti e le loro abitudini devono essere il più semplici possibile, in modo che la persona possa brillare, in modo che solo ciò che è essenziale risalti.” (7)
Laddove vede venire meno tale semplicità, avanza una critica e, ad esempio, riguardo al lavoro di Carlo Scarpa afferma di amare “i suoi progetti, ma dopo aver visto la sua opera, quando ti ricordi quello che hai visto, quello che ti ritorna in mente sono sempre i dettagli. Questo, per me, è una debolezza dell’architettura” (8).
Se le sue architetture da un punto di vista formale e plastico ricordano le opere del Neoplasticismo, di cui senza dubbio ha subito il fascino e l’influenza, la ricerca per l’essenziale in Carrilho da Graça si spinge verso un grado maggiore di astrazione.
“Il mio ideale sarebbe arrivare al punto in cui ponendo una pietra in un certo posto, solo con quel gesto, risolveremmo tutti i nostri obiettivi.” (9)
Leggere e comprendere il luogo, e, con un gesto minimo, modificarne le relazioni e la percezione.
In questo modo di concepire il rapporto tra opera e territorio, il pensiero dell’architetto portoghese si avvicina, per molti aspetti, a quello dell’artista Richard Serra.
Infatti, come afferma Serra, “Solo l’opera che mostra le condizioni del contesto e che nello stesso tempo mantiene un certo grado d’indipendenza può far emergere le connotazioni critiche di quel contesto.” (10)
Per l’artista americano, “riferimento al contesto e indipendenza: queste sono le qualità di una scultura posta in un ambiente determinato. Lo stesso concetto vale per l’architettura nello spazio urbano, che Serra si sente di trattare pur non essendo lui stesso architetto: quando si progetta un nuovo edificio, bisogna che resti un corpo estraneo, autonomo, pur legandosi al contesto.” (11)
Per questo l’artista è critico nei confronti dell’arte e dell’architettura che si relazionano ad un luogo senza autonomia critica, e dichiara: “Il contestualismo è affermativo e mai critico, non fa che dar forza a un linguaggio che già esiste.”(12)
Si rinnova la tensione fra le due polarità: da un lato l’oggettivo, il territorio come contesto, il relazionale, dall’altro invece l’universo plastico dell’architetto portoghese, l’indipendenza dell’opera di architettura, l’astrazione.
Come “Shift”, di Richard Serra, le architetture di Carrilho da Graça sono segni essenziali tracciati nel territorio che, registrando e misurando la presenza dell’uomo nel territorio, non si limitano alla lettura passiva del contesto territoriale, ma ne riscrivono invece la trama.
Così per esempio, il Ponte pedonale a Covilhã, risolvendo la connessione con il versante opposto alla città, crea un nuovo percorso tra le colline circostanti, in cima alle quali svetta il Centro Dati Telecom; la Musealizzazione del Castello di Sao Jorge rende di nuovo accessibile il luogo più antico della città creando un miradouro; la Piscina di Campomaior, vero e proprio belvedere, si presenta come una contemporanea villa Capra aperta su tutti e quattro i lati sul paesaggio.
L’astrazione è totale, l’architettura si riduce all’essenziale: i progetti sono costruiti attraverso superfici bianche e geometrie pure, dietro cui si cela il districarsi di programmi spesso complessi risolti con pochi gesti.

Come il silenzio permette di ascoltare meglio i tenui suoni della natura, così le pareti mute di Carrilho da Graça ci invitano e percepire la la natura del sito; come una parola risalta meglio se isolata su di un foglio bianco, così il bianco dell’architetto portoghese aumenta il contrasto tra luce e ombra; come la ricchezza dei dettagli di un abito risalta di più se accostato ad una veste monacale, così l’astrazione enfatizza la ricchezza dei motivi decorativi degli edifici storici. La sua architettura valorizza gli opposti, mostrandone il contrasto.
Sul ruolo dell’immagine nell’architettura Carrilho da Graça afferma: “Non trasformo un’immagine. Non la trasformo e non la cerco. Si dà un luogo e cerco di comprenderlo; si dà un programma e cerco di immaginarlo.” (13)
In una contemporaneità rumorosa come la nostra, che produce copiosamente immagini, sempre in cerca della novità o della stranezza che possa attirare l’attenzione, l’architetto portoghese risponde con l’astrazione, l’essenzialità e il silenzio. In tempi in cui l’architettura ama farsi notare con colori accesi e saturi, Carrilho da Graça preferisce un bianco e nero che riveli l’essenza della forma delle cose e un progettare che ridisegni il territorio dell’uomo.

(1) Carrilho da Graça: Lisboa, João Luís Carrilho da Graça, Dafne editora, 2015, pagina 46
(2) ibidem, p. 45
(3) ibidem, p 32
(4) ibidem p. 35
(5) ibidem, p. 40
(6) ibidem, p. 40
(7) El Croquis, n. 170, Carrilho da Graça, p. 26
(8) ibidem
(9) ibidem, p. 35
(10) Lynne Cooke, Thinking on your Feet: Richard Serra’s Sculptures in Landscape, in Id. e Kynaston McShine (a cura di), Richard Serra. Sculpture: Forty Years, catalogo della mostra al MoMa, New York 2007
(11) “La monumentalità vista dal basso. Paesaggi e architetture vissute di Richard Serra”, Valeria Burgio, https://cartesensibili.wordpress.com/2013/04/15/la-monumentalita-vista-dal-basso-paesaggi-e-architetture-vissute-di-richard-serra-valeria-burgio/
(12) Richard Serra citato in Lynne Cooke, A Conversation with Richard Serra and Alan Colquhoun, «Carnegie International», 1; ora in Richard Serra, Writings, Interviews, cit., p. 234.
(13) Disegnare nelle città, un viaggio in Portogallo, Maddalena d’Alfonso e João Soares, p.189

DATI PERSONALI:
Nome: Lorenzo Stefano
Cognome: Iannizzotto
Data di nascita:  18 Luglio 1994
Professione: studente di architettura

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