Il nutrimento dell’architettura [2.29] – di Davide Vargas

Proseguo la riflessione del [2.28]. Non vedo neanche libri in giro. Sono andato apposta a fare un giro per le librerie di architettura nei pressi della Facoltà. Da studenti ci siamo praticamente formati tra riviste cataloghi e libri esposti sugli scaffali dove oggi ci sono gli stessi libri ma inesorabilmente invecchiati e in offerta. Intorno stampe e cianfrusaglie varie. E non c’è nessuno che compri. Nelle grandi librerie della città il settore architettura è puntualmente il meno frequentato e trovi sempre le stesse cose.

Il panorama dell’editoria è noto, solo un italiano su tre legge il giornale ed è un over quaranta e come riconosce Franzen, uno che i libri li vende, oggi “i grandi momenti culturali scorrono più spesso su uno schermo che sulle pagine di un libro”. Figuriamoci con l’architettura. Eppure, rispetto al profluvio di immagini già definite che da tutti i new-media del settore arrivano a questo moderno “progettista ibrido” [“cittadino ibrido” secondo una definizione diffusa è l’utente contaminato dal mix di informazione] il libro offre il processo del progetto e lo sviluppo della riflessione che pagina dopo pagina può farsi esperienza. Senza l’illusione della certezza. Mi viene in mente naturalmente Borges: “ho dedicato la maggior parte della mia vita alla letteratura, e posso offrirvi solo dubbi”.

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