Il Limes amoroso di Linus – di Eduardo Alamaro

Amo le storie d’ammore. Di tutti gli amori. Anche fugaci infatuazioni. AAAnche avventure clandestine & sveltine d’autore avventuroso. Anche d’architettura & design. Anche d’urbatettura & Turba/lettura. Tutto fa brodo. Tutto fa ammore. Tutto fa testosterone contemporaneo. S’assicura antica massima discrezione.

Leggo all’uopo dal quotidiano “La Stampa” di Torino: “… Tracey e Charles si innamorarono. Lui, in particolare, perse la testa. Per due volte le chiese di sposarlo e per due volte lei rifiutò. ‘Non potevo rovinare una leggenda’, spiegò poi lei …”.

Bello questo incipit, penso. Ci faccio un mio “crick”. Indi taglio tosto, copio & incollo per la PresS/T. 

“Lui” era una leggenda, appunto. Anzi, punto. Infatti era Charles Schulz, il papà dei Peanuts, di Charlie Brown, di Lucy, di Snoopy e … compagnia bella di Linus. “Lei” era Tracey Claudius, una giovane molto intraprendente che si finse fotoreporter per vedere da vicino il suo idolo, la sua leggenda vivente, il suo mito.

Fece così la foto della sua vita. Solo un lampo, un clic, un flash convincente, illuminante tante … e rimase sotto a bbotta (del flash) ‘mpressiunata. E dal genio fecondata. Ma anche spaventata, forse. Anzi certamente. Perché fu proprio in quel momento magico che la giovane audace finta-reporter s’accorse, come poi ha detto, giurando sul suo onore, “che non poteva rovinare una leggenda”. Ma quale?

Non era certo la leggenda dell’irreprensibile Charles Schulz, devoto e maturo cattolico praticante, amatissimo dalla & della sua famiglia; genio riservato, solitario, meticoloso, uomo integrale senza “strapp”, ma … ma la sua leggenda diffusa, il suo sogno, il suo mito formativo e f(ec)ondativo nell’immaginario di massa. 

Quello amato, in quegli anni sessanta-settanta del ‘900, da milioni di lettori sparsi in tutto il mondo. Quello inseguito dalla pensosa lettrice radicale e protestante Tracey Claudius, l’audace. 

La quale Tracey, con quel suo reiterato NO! all’offerta di vincolo matrimoniale, dimostrò di essere donna molto saggia e ben temperata all’amore. All’ammore eterno di lettrice, dico. Quello che non scade mai nell’applicato e nel quotidiano, nel “pratico” della realtà “concreta” e nella prosa. Che rimane quindi sempre celeste e impalpabile, poetica. L’ammore che corre sempre felice nel blu dipinto di blu del cielo dell’arte profumata. Lavata in eterno con Perlana. 

Quel sentimento che sopravvive alla morte (Charles Schulz è morto esattamente venti anni fa a 77 anni, ma la narrazione di Trancey gli sopravvive). Bisogna infatti sempre e solo inseguire la leggenda, il sogno, il mito, la narrazione, il ricordo, anche improbabile, per mantenere in vita quella fiamma, quel “tigre nel motore” del fantastico. 

Per mantenere vivo il desiderio di quell’idea inseguita devotamente, bisognerebbe quindi sempre porre tra terra e cielo, tra mazza e pivezo, la distanza indispensabile e impalpabile dell’arte desiderante-ante. Avere coscienza del limite e della misura. Distanza di almeno un metro, come consigliano le nuove misure di governo, in questi tempi di Corona Virus. Per una futura Virtus collettiva sanificata e santificata.

Quando si ac-chiappa l’oggetto del desiderio, quando si crede di averlo preso o -peggio!- di applicarlo per sé o per agli altri, quello svanisce per incanto. Non ti rimane nulla in mano: quel sogno d’ammore diventa così un incubo quotidiano 

Mai passare dall’infinito al finito. Mai incarnarsi come, per troppa bontà, fece Dio con Gesù. La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni si salvezza. Come del resto tutte le rivoluzioni e le architetture radicali hanno dimostrato nei secoli. Dalla Torre di Babele a Le Corbusier. E oltre. E ultras.

E’ la maledizione dell’app, dell’arte applicata, dell’arte incarnata. Ed anche l’architettura -com’è noto- è arte applicata, spesso male. Arte regina applicata, con corona virtuale. Meglio rimanere sempre “decorativi”.

Amici miei del Crick: bisognerebbe sempre inseguire, sempre mantenersi in forma illusoria. Sempre correre, correre e correre. Non stancarsi mai. Sempre inseguire la leggenda, la decor-azione e l’utopia (ma che sia pia!); mai farla diventare pane quotidiano mercenario. 

Si può solo, magari, se si vuole, per chi lo sa fare, scrivere qualche appunto di questo speranzoso viaggio, in qualche pausa, nell’intermezzo tra una tappa e l’altra mappa. 

Correre e desiderare, magari anche disegnare e “schizzare”. Pro-gettare, mai però “con-cretizzare”. Essere sempre un Apollo che insegue Dafne, come avviene nei miti greci fondativi, in un eterno supplizio vitale verso l’irraggiungibile e imprendibile, talvolta solo dicibile, Eldorado.

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