I cento anni della Garbatella – di Massimo Locci

Il 18 febbraio sono stati celebrati i cento anni dalla posa della prima pietra per la costruzione del quartiere Garbatella, nato per ospitare le famiglie degli operai impegnati nelle industrie della Via Ostiense. L’area, all’epoca semidisabitata, è nota solo per le coltivazioni della vite “garbata”, da cui probabilmente il toponimo, e per i pellegrinaggi delle “sette Chiese”.

Il progetto urbanistico della borgata viene redatto per l’Icp da Gustavo Giovannoni, progettista e teorico delle città giardino, coadiuvato da Innocenzo Sabbatini. L’impianto iniziale, rispettando l’orografia naturale del territorio, con il verde integrato alle abitazioni, è in linea con i quasi coevi schemi architettonici delle garden city inglesi, elaborati sulla scia delle idee dei pensatori “socialisti e utopisti” dell’ottocento, come Owen e Howard.

Molti e tra i più famosi architetti romani dell’epoca i progettisti coinvolti: Aschieri, Cancellotti, Costantini, De Renzi, Marchi, Marconi, Piacentini, Trotti, Vietti e lo stesso Sabbatini.

L’impianto iniziale del quartiere prevede tipologie edilizie a villini, che rappresentano l’alternativa alla tipologia ottocentesca del “blocco”, poi si realizzano le “case rapide”, edifici provvisori ed economici per i senza tetto, che cambiano in parte l’aspetto originario del quartiere. Infine si aggiunge la tipologia degli “alberghi collettivi”, con servizi in comune: veri e propri dormitori pubblici, progettati per ospitare gli sfrattati degli sventramenti attuati nel centro storico.

Tra le più interessanti morfologie urbane l’edificio curvilineo dei “bagni pubblici”, una riproposizione dell’insula ostiense alla quale si sovrappone un vero e proprio edificio termale, che sopperisce alle esigenze igieniche delle famiglie, che non possono essere soddisfatte dai bagni minimi delle case popolari.

Tra il 1926 e il 1930 viene costruito da Sabbatini il cinema-teatro Garbatella (oggi Palladium) che incorpora, in modo del tutto inedito, le case degli artisti e che è caratterizzato dalla facciata convessa, che annuncia sullo spazio urbano la pianta ellittica della sala interna. Viceversa il mercato coperto con annessa piscina non viene realizzato.

Anche se i linguaggi della città-giardino si rifanno allo stile “barocchetto romano”, una combinazione sintetica di stili diversi appartenenti al passato, le soluzioni definiscono un vero laboratorio sperimentale di soluzioni tipologiche: edifici polifunzionali con planimetrie sinuose e originali morfologie. Gli elementi che compongono l’architettura sono tratti prevalentemente dal repertorio tradizionale, ma il lessico viene adoperato in chiave moderna sia nella facies urbana, sia nelle tecnologie e nei materiali (struttura in muratura portante in laterizi, pilastri in cemento armato di collegamento, solai nervati).

Interessante anche il coinvolgimento di artisti e artigiani nell’esperienza progettuale, realizzando soluzioni fortemente plastiche nei comignoli, nelle cancellate e nei fregi in rilievo (spesso zoomorfi). In un certo senso si attua una originale e stimolante Koinè che si rifaceva al movimento “Arts and Crafts”.

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