Romagricola – di Massimo Locci

Con lo slogan “Tornano le oche in Campidoglio” RomAgricola, un’associazione che raggruppa varie cooperative di produzione, con l’appoggio di economisti, urbanisti e vari intellettuali, scende in piazza per chiedere che Roma ritrovi la sua vocazione agricola “sia per creare nuova occupazione, soprattutto giovanile, sia per salvaguardare il territorio e l’ambiente”.

Il tema della tutela e valorizzazione dell’Agro Romano è da alcuni anni al centro del dibattito disciplinare dell’urbanistica per una pluralità di motivazioni tra loro interconnesse: per gli aspetti specificamente economici e produttivi, per quelli ecologici-ambientali delle green infrastructures, per quelli paesaggistici e culturali dei parchi naturalistici e archeologici.

Nel 2015 l’In/arch Lazio, partendo dal rilevamento delle aree dismesse o in via di abbandono nelle periferie, aveva organizzato, non a caso, un ciclo di incontri dal titolo stimolante e provocatorio: “Roma la più grande capitale agricola del mondo”. 

L’obiettivo era rilanciare un patto di reciprocità tra città e campagna in ambito periurbano, affrontando prospettive e criticità di una nuova strategia urbanistica. Tra i problemi in evidenza sia la perdita della “forma urbis” e dell’ “effetto città” in tutti i comparti periferici, sia la marginalizzazione dello spazio agricolo, con conseguente consumo di suolo, omologazione e impoverimento delle funzioni, inefficienza energetica, dissesto idrogeologico, difficoltà di valorizzare gli ambiti paesaggistici.

La sola constatazione che circa il 65% del territorio comunale di Roma è  inedificato (di cui 63.000 ha sono di Agro Romano e ben10.000 ha di superficie pubblica coltivabile) fornisce un dato preliminare di grande rilievo; valori assoluti e  percentuali che aumentano, se consideriamo l’estensione dell’intera Città Metropolitana. 

Negli incontri dell’In/arch Lazio erano emersi dati molto interessanti ma anche problematici riguardanti le aree incolte, le potenzialità inespresse in termini commerciali (reti dei mercati), educative e ricreative, terapeutiche e sociali dell’agricoltura urbana; ma anche la crisi economica e produttiva delle aziende agricole, connessa anche con la frammentazione delle unità, le problematiche di gestione delle aziende pubbliche e di quelle date in gestione. 

La mobilitazione e la lettera alle istituzioni pubbliche da parte di RomAgricola vanno, dunque, sostenute e rilanciate con proposte specifiche della disciplina architettonica. “Nel manifesto – evidenzia Matteo Amati, portavoce dell’Associazione – ci sono tutti gli obiettivi che vogliamo raggiungere: un bando rivolto ai giovani per l’accesso alle terre pubbliche; il sostegno all’agricoltura sostenibile e alla biodiversità; la promozione di cooperative che favoriscano, oltre che la produzione agricola, anche l’inclusione sociale di persone diversamente abili, anziani o emarginati; lo sviluppo di filiere corte attraverso mercati rionali riservati ai soli produttori; la progettazione di una nuova città metropolitana a consumo di suolo zero. Sono obiettivi ambiziosi, ma non impossibili (…) questo lavoro dovrà trovare la sua sintesi in una Seconda Conferenza Agricola Cittadina di Roma. Quarantadue anni dopo quella convocata dall’allora Sindaco Giulio Carlo Argan il quale era convinto che il lavoro nei campi fosse una fonte preziosa di occupazione e anche una riscoperta di valori umani produttivi e culturali”.

Il contributo che il mondo dell’architettura può portare al  documento di RomAgricola sono molteplici e specificamente attinenti le Urban Green Infrastructure, cioè le modalità soft d’intervento e di gestione del territorio inedificato. A  Roma, peraltro, le aree agricole coincidono in gran parte con ambiti di interesse storico-paesaggistico (parchi naturalistici e archeologici), dove la fruizione/trasformazione deve essere maggiormente consapevole. 

Innanzitutto la strategia di rafforzamento dell’attività agricola in ambito urbano confligge con molti contenuti del vigente PRG. La quota edificata  complessiva è, infatti, di 766 milioni di mc (di cui 700 milioni di mc sono volumetrie esistenti), con una potenzialità d’incremento del 9% che può rappresentare un orientamento di salvaguardia territoriale, se si attua la riconversione/trasformazione di ambiti già urbanizzati (prevalentemente aree interstiziali e produttive dismesse), ma diventa fortemente problematica se si edifica su nuovi suoli.

Inoltre le previste 18 nuove centralità del vigente PRG devono essere connesse in termini infrastrutturali, sia  con le aree centrali (potenziando i percorsi radiali storici), sia tra loro con nuovi percorsi contro-radiali. Ciò può costituire un ulteriore problema se non si attuerà un adeguato  rilancio della politica ferroviaria su scala locale. 

Ulteriori contributi del mondo della progettazione architettonica possono riguardare le reti ecologiche urbane per favorire la riconnessione degli spazi inedificati, sia gli ambiti di pregio, storici e archeologici sia quelli interstiziali, discontinui, frammentati, più o meno abbandonati. 

Tutela e valorizzazione, riqualificazione delle periferie e dello spazio pubblico richiedono processi di governo innovativi, flessibili e partecipati, ma anche nuovi modelli di strutture agricole (anche di produzione sperimentale e di tipo verticale), connessi con le strutture commerciali e i servizi di quartiere. 

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