#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – GENNAIO 1970 – di Arcangelo Di Cesare

In questa cronaca racconto la storia di un ventennio che comprende l’ascesa, l’affermazione e l’improvvisa scomparsa del Bauhaus; lo faccio attraverso il racconto dell’esistenza di uno degli Architetti meno famosi della scuola: Hannes Meyer. L’architetto svizzero diresse la scuola per due anni, dopo Gropius e prima di Mies Van Der Rohe; fu accusato di svolgere attività bolsceviche all’interno della scuola e per questo fu rimosso. Emigrò in Unione Sovietica con una scelta diametralmente opposta a tanti altri colleghi che, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, emigrarono negli Stati uniti. La sua passione civile e politica, il suo concepire l’architettura come scienza eminentemente sociale lo condussero ad un atteggiamento polemico e critico nei confronti dei “maestri”; non riusciva a capire perché gli architetti cosiddetti “rivoluzionari”, erano tanto lontani dalla rivoluzione da rinunciare ad essa finanche nel programma culturale: per Meyer l’architettura non doveva essere intesa solo come “Scienza del Costruire” ma come un problema sociologico capace di respingere la dimensione estetica.  La trasformazione pratica delle sue idee si tramutò nello sviluppare nuovi articoli che fossero accessibili ad ampi strati della popolazione; fu il primo ad introdurre i concetti del “prodotto in serie”, le cui esigenze andavano individuate con un approccio scientifico e non formalistico, rifiutando quindi l’estetica di colui che lo aveva introdotto al Bauhaus: Gropius.

Nel rileggere i suoi scritti, specie quelli in cui descrive la Siedlung di Basilea del 1921, Meyer ci tratteggia il suo mondo fatto di case inserite nel paesaggio con i loro colori dovuti ai materiali lasciati allo stato naturale, di piante e giardini che rallegravano le strade e gli spazi privati, arrivando a descrivere perfettamente quella sensazione di trovarsi finalmente in un agglomerato abitativo in cui si era realizzato il sogno della comunità perfetta; riesce a farlo con toni che sfociano nel poetico tanta era la gioia di quell’impegno svolto per il popolo. Convinto di dover contribuire con le proprie competenze ad un progresso sociale considerato irrinunciabile, visse l’arco della sua vita con un grande impegno realizzando opere con enorme passione per scoprire sul finire quel sentimento di inadeguatezza dovuto ad una marginalità in cui, forse, si costrinse.

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