Il nutrimento dell’architettura [2.28] – di Davide Vargas

Mi guardo intorno e vedo sempre meno schizzi di architettura. Accade soprattutto nelle tavole dei concorsi che affollano la rete. Eppure la mia generazione ha sempre pensato che l’architettura fosse un linguaggio che risolve criticità “dicendo” la propria visione di mondo. C’è chi usa la scrittura, chi la pittura, chi la musica, noi usiamo l’architettura. Lo schizzo è il punto di partenza dell’idea su cui poi gradualmente si declina la complessità del progetto.

Esiste una storia degli schizzi, dal tratto potente di Mendelsohn [“dopo un’ora di sonno, sono colto da un nuovo accesso di febbre disegnativa che produce una massa di schizzi”] ai disegni colorati di Louis Kahn [“disegnare è un modo di rappresentare. Non fa alcuna differenza se un acquarello è ermetico, impreciso o debole, dato che rivela un’intenzione”]. 

Come dire, uno scultore che disegna sta già costruendo una forma nella pietra. L’idea di un progetto non può partire dalla bellezza di un’immagina già data, ma il percorso che porta alla soluzione di un problema può arrivare alla bellezza. E forse deve. Per acquisire un linguaggio bisogna sperimentare strade personali. Lo schizzo di un architetto è la prefigurazione di uno spazio “parlante”.

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