Il nutrimento dell’architettura [2.27] – di Davide Vargas

Ho conosciuto la scrittura di Ingo Schulze qualche anno fa leggendo i suoi racconti. Mi ricordo la tensione delle piccole storie quotidiane ambientate dalla parte orientale all’indomani della caduta del Muro. Esistenze minimali colte nel momento di svolta in un tran tran così insignificante da non suscitare consapevolezza nei protagonisti. Perciò quando ho visto in libreria il suo ultimo romanzo l’ho preso subito.

“Peter Holtz_autoritratto di un uomo felice” è tutta un’altra cosa, una specie di romanzo picaresco di un moderno Candide a confronto con i grandi cambiamenti del suo mondo. Ma quello che mi ha colpito è lo stile. La storia è raccontata quasi esclusivamente attraverso quattrocento pagine di dialoghi. Da essi si ricostruisce l’arcata della vicenda, i tempi di svolgimento con tutte le sovrapposizioni e intrecci del caso e lo scenario dei luoghi. Ma tocca al lettore raccogliere indizi e ricomporli. Se da un lato la lettura mi è parsa leggermente faticosa, dall’altro è una grande prova d’autore. È come accade a volte nell’architettura.

Quando la narrazione degli spazi e delle forme avviene tutta all’interno dell’opera senza bisogno di supporti descrittivi allora si dispiega in uno scambio diretto con l’UOMO che ne attraversa la trama. Show, don’t tell. Niente altro che rapporto.

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