I quaderni di Giancarlo De Carlo alla Triennale – di Massimo Locci

I quaderni di Giancarlo De Carlo alla Triennale di Milano è una piccola e pregevole mostra sull’architetto genovese a cento anni dalla nascita. Sono esposti sedici quaderni, redatti in modo sistematico da Giancarlo De Carlo come appunti e suggestioni, a partire  dal primo viaggio negli Stati Uniti nel 1966. Raccolgono sia impressioni di viaggio e letture critiche su opere e approcci progettuali di altri importanti architetti, sia riflessioni teoriche e ragionamenti sul proprio lavoro: valutazioni caustiche, sguardi ironici, analisi profonde e appassionate ma mai pettegolezzi o invidie.

Il primo aspetto positivo della mostra riguarda l’allestimento, non facile da realizzare perché i materiali (esposti in una grande sala) sono taccuini tascabili, piccoli disegni e foto in B/N di grandezza contenuta, come si stampavano una volta.  

Il gruppo Parasite 2.0, che ha curato il progetto di allestimento, ha risolto brillantemente il gap di proporzioni ricostruendo al centro dello spazio il salotto della casa Sichirollo a Romanino, per definire un ambito d’incontro e per reading collettivi, un luogo di confronto e partecipazione (come avrebbe voluto GDC), mentre i materiali (in originale o riprodotti in scala reale) sono nelle teche laterali. E’ possibile, così, fare comparazioni dirette tra la ricostruzione dell’architettura costruita e le intenzioni progettuali/valutazioni finali di De Carlo stesso, contenute nei quaderni al contorno.

Nell’allestimento è presente, inoltre, un megafono che simbolicamente evidenzia il suo ruolo di architetto militante, coinvolto in un processo inscindibile tra politica e cultura disciplinare, tra valori sociali ed estetica finalizzata a un cambiamento complessivo della società. La rivista da lui fondata e diretta per decenni si chiamava, non a caso, Spazio e Società. Contemporaneamente quel megafono si relaziona a un altro, visibile in alcune foto molto note e qui esposte: il riferimento è, in particolare, alla dura contestazione degli studenti nel ’68 che hanno impedito l’inaugurazione della Triennale da lui curata. 

Nei quaderni colpisce da subito la lucidità icastica dei giudizi, la severità e il rigore della critica, che non risparmia nessuno, se stesso per primo. Giudizi caustici sono rivolti a molte sue opere, su come sono state concepite, realizzate o fruite. Su casa Sichirollo, che tutti abbiamo sempre giudicato bellissima, fa una profonda autocritica, sentendosi responsabile anche di aver mal comunicato le motivazioni delle proprie scelte progettuali, solo in parte disattese dai committenti, peraltro amici e di cultura alta.  Giudizi simili che non concedono repliche riguardano, peraltro, gran parte delle sue opere. 

La finalità della mostra, sotto la direzione artistica di Lorenza Baroncelli e la cura di Gatto Tonin Architetti, è raccontare il lavoro di De Carlo e la sua ricerca a un pubblico vasto attraverso le sue stesse parole, intrecciando relazioni tra teoria e poetica, razionalità metodologica e concretezza del fare.

Quando anni fa sono andato a Roquebrune – scrive GDC a Lica Steiner nel 1986 – per vedere lo studiolo che Le Corbusier si era fatto nell’ alberghetto dove andava in vacanza, ero rimasto soprattutto colpito dalle fotografie ingiallite e dai ritagli di giornale che l’albergatrice aveva puntato alle pareti dell’ingresso. Si vedeva il personaggio mitico, ben noto per orgoglio e arroganza, sfrontato che giocava a carte o a bocce con la gente umile del paese, che seduto a un tavolo al sole beveva una limonata, che usciva dal mare – con le gambe curve e i fianchi un poco cadenti – e si asciugava al sole. Era diventato umano e si capiva che spesso era stato gradevole perché era profondamente buono. La bontà, dopotutto, esige molto rigore e perciò può essere scostante e qualche volta – per chi non riesce a sopportare il peso – cattiva.” De Carlo, in una conversazione privata, fece un apprezzamento anche più severo, descrivendo il rapporto/scontro tra Le Corbusier ed Eileen Gray attraverso il confronto tra il ‘Cabanon’ e la vicina splendida villa E.1027.

I quaderni, custoditi e trascritti dalla figlia Anna, non erano mai stati esposti al pubblico (forse alcuni erano presenti nella mostra del 2015 a Genova), perché del tutto segreti e alcuni ritengono che tali dovessero rimanere. Tuttavia la profondità dei ragionamenti e la bellezza complessiva dei fogli, in termini di composizione grafica e di grafia (frasi ordinatissime e senza alcuna correzione), con pregevoli disegni a mano, ’pop up’ e collage, non potevano rimanere inediti. La cura complessiva dell’impaginato, inoltre, farebbe presupporre una sua intenzione di volerli rendere pubblici, anche perché non possono in alcun modo essere intesi come semplici diari personali.

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