Generazione Erasmus – di Eduardo Alamaro

Quella che vedete qui sopra è una foto scattata venerdì 24 gennaio scorso alla Università di Kassel in Germania. Ritrae gaie studentesse e (in seconda fila) qualche studente, tutte/i festosi perché appena laureati in economia, specializzazione management. Tra questi c’à mia figlia Eleonora, ultima a destra in prima fila, colla giacca bianca. AAAuguri a tutti/e. E tenetevi forte perché mo’ viene il bello. Si abballa nel globalle. AAArrangiatevi, si salvi chi può!!!  

In questa foto mi piacciono le loro mani speranzose aperte verso il cielo, come a intercettare raggi di grazia e benevolenza divina. O qualche intercessione e buona dritta per conoscenze d’eccellenza (e di Sua Eccellenza). Mi piacciono i loro cappelli universitari d’antan (che subito dopo questa foto saranno lanciati in aria con gioia liberatrice); mi piace il loro stare insieme in scena, un po’ da telefilm americano, un po’ da fiction nostrana d’Amiche geniali UE. 

Infatti tutti questi laureati/e sono della “Generazione Erasmus” (e anche un po’ Orgasmus, diciamo la verità, credo). Hanno tutti/e viaggiato molto, conoscono bene molte lingue, soprattutto l’inglese, basilare per accedere ai corsi a numero chiuso. Competizione, competition, tion, tion, thiè! 

Mia figlia è una dette tante napoletane/i in fuga formativa, energie preziose che se ne vanno da Napoli, dal Sud, dall’Italia. Io piango per questo (ma forse è giusto che sia così) . Lei, come molti suoi amici, tutti formati nel già nobile “classico”, tutti seri e motivati studenti di Napoli, non hanno molto amato la loro città. Meglio: la città non si è fatta tanto amare e desiderare da loro. Non si sono intesi. 

Napoli andava loro stretta, per tante buone loro ragioni, per tante loro aspettative. Non vedevano (e non vedono ancor oggi) futuro in essa, nel suo golfo da cartolina, nel suo paesaggio culturale ristagnante tante. Tristezza per me attaccato a Napoli come la cozza allo scoglio di un mare inquinato. Ma tant’è. 

Mia figlia ha fatto “la triennale” a Napoli, nell’irraggiungibile sede decentrata a Monte Sant’Angelo, una follia così com’è per collegamenti e altro. Dopo tre anni la sua percezione della Università di Napoli, dei suoi servizi, della sua offerta formativa e in/formativa, della qualità e disponibilità dei suoi docenti (salvo rare eccezioni), ecc… è stata così negativa tanto da spingerla a cercare altrove. Oltre la “gelateria del Golfo”. 

L’ha .. a… a … spinta a far domanda per accedere alla Università di Trento. Soli trenta posti 30 a Trento. Corsi tutti in inglese, inglese fluente. Lingua appresa bene privatamente ai corsi “British Council”, con tanto di certificazione e bolli di avanzamento. Se vuoi essere competitivo devi pagare di tasca tua, L’inglese di Stato scolastico italiano arriva dove può. E può poco, pare. Solo una infarinatura, quella giusta giusta per fare il ministro o il deputato al parlamento europeo d’oggi.

E così è andata via da Napoli, mia figlia “la studiosa”. Sono stato contento di questa sua scelta “nordica”. Del resto abbiamo sempre spinto, sin da piccola, a vedere oltre e altro, a suo (e nostro) rischio e periculo. Il dispiacere è che a Napoli e nel Sud, così continuando le cose, resteranno i meno motivati, i più pigri, i peggiori, i paracult da reddito di cittadinanza eterno o da posto fisso e fissato per sempre: quelli che più che conoscenze hanno la conoscenza giusta acquisita burrocratica. 

Del biennio post/triennale i primi sei mesi a Trento; sei poi alla Università di Kassel; sei in quella di Chambery, alta Savoia; sei mesi infine in Spagna (tutto ciò con una borsa di studio, a contributo spese per i 4 semestri, di circa 10 mila euro). 

I sei mesi di master conclusivo son passati invece presso una multinazionale green finlandese che sta a Cracovia. Dove sta attualmente perché l’azienda in questione le ha proposto di rimanere. Così sta là, almeno per il momento. “Poi si vedrà”, dice. 

Nel suddetto nomadismo di sedi universitarie europee mia figlia, che prendo qui per campione tipico di una generazione, quella dell’Erasmus, ha perfezionato il suo francese; familiarizzato (facilmente) collo spagnolo; approcciato la (tosta) lingua tedesca e apprezzato l’efficienza dei servizi di quella struttura universitaria. 

E poi ha capito, nella pratica della convivenza, le differenze culturali e umane del global; ha sperimentato l’UE (e oltre) nell’ambiente internazionale nel quale si è formata quotidianamente. 

La sua compagna di camera per molto tempo è stata infatti una silenziosa cinesina (figlia unica e sola, a norma cinese); poi c’era il problematico palestinese (proveniente dai campi profughi); poi la spagnola, la tedesca … poi, … poi … ; insomma, varia e non avariata umanità in cerca di futuro compatibile alle loro aspettative, al loro impegno. Speriamo. Anzi: sperano (e non sparano).

A me piace ascoltarla, quando può dedicarmi tempo. Non è un tipo molto loquace e si racconta con parsimonia, almeno con me. In questa sua misura stretta parlante è una strana napoletana. La vedo, quelle rare volte che sta a Napoli, armeggiare sempre al computer; spedire curricula, fare on line biglietti aerei a basso costo; cercare, sempre con lo stesso modo, alberghi, ostelli e bed & breakfast, …; questi giovani Erasmus mi paiono cercanti a vita. Oggi qua, domani là, instabili, senza fissa dimora, finora. 

La si vede poco, la mia figlia dell’Erasmus. La si sente e la si vede nello smartphone, collegamento privilegiato colla madre, cordone ombelicale fondante. Il padre-padrone d’un tempo è ormai fuori gioco, cancellato; anzi, la stessa figura del padre è evaporata, marginalizzata, almeno così pare. E pensare che le nostre lotte del famoso ’68 e anni sgg. erano state condotte su questo punto decisivo: contro l’autoritarismo dei Padri, e -a cascata- dei baroni, dei professori, dei padroni, … per la liberazione, verso la rivoluzione. Tutto archiviato, pare. Si salvini chi può.  

Per le feste di Natale-Capodanno mia figlia, la prendo sempre a exempla, non è stata “in famiglia, a casa, a Napoli, in Italia. E’ volata per una quindicina di giorni negli USA, Stato di New York. 

L’estate l’aveva invece passata, sempre per merito dell’Erasmus (stage banca etica, microcredito ecc.. ) a Capo Verde, isola ex coloniale portoghese sperduta nell’oceano Atlantico, la cui economia è (o mi pare) molto sostenuta dall’UE per evidenti ragioni culturali, umanitarie, strategiche.

Sempre con l’Erasmus in Norvegia; poi con un progetto europeo nel Belgio, paese che le è molto piaciuto, con un lavoro pendolante tra economia e sociologia, con i nipoti e discendenti dei nostri ex minatori anni ’50, orami lì stabilizzati. 

Insomma, … un deciso cambiamento formativo-antropologico, il suo d’Erasmus, inimmaginabile ai miei tempi (ormai archeologici) degli anni ’70 del ‘900 dove il massimo della tecnologia universitaria era la macchina fotografica, il proiettore delle diapositive e il ciclostile delle lotte. Le nuove tecnologie informatiche hanno cambiato il gioco, hanno accelerato il mondo, lo hanno rese più praticabile, più abbordabile, più a basso costo e bassa casta social.

E’ cambiato cioè il rapporto corpo-macchina del sapere e della comunicazione (senza confessione preventiva). Questi son tempi di videogiochi solitari informatici sullo smartphone e io son rimasto culturalmente legato ai tempi-gioco della biglia che scorreva sul liscio vetro colorato dei flipper. Biglia che potevi anche (leggermente) modificare nel percorso con abili “bottarelle” laterali al flipper, ma … ma dovevi essere veramente bravo. Altrimenti si spegneva tutto e buona notte. 

Ora tutto il gioco, in ogni campo informatico, è cieco e automatico. Pare superato del tutto il controllo umano e manuale. L’ultima parola non sta più alla coscienza e alla valutazione (anche politica) dell’uomo. Si sa che ai tempi della “guerra fredda” anni ’50 – ‘60 del ‘900 si è sfiorata più volte la catastrofe atomica perché militari responsabili, disubbidendo alla logica dell’automatismo, non hanno premuto il pulsante fatale; non hanno fatto ciò che i segnali di allarme imponevano loro di fare. 

Sono stati ancora umani. Ma da tempo s’è passati da una economia industriale militare a una economia di ser-vizi, con molti vizi e droni militari ad personam. Fottuti automaticamente “su misura”.

Saluti, Eldorado 

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