Gabriele Basilico: Metropoli – di Massimo Locci

La mostra Metropoli su Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013) al Palazzo delle Esposizioni non è solo un percorso per immagini, ma una narrazione complessa che attraversa la geografia dei concetti, un territorio di margine tra documentazione e denuncia. 

Le foto sono organizzate in cinque grandi sezioni. Si inizia, nella prima sala, con “Milano. Ritratti di fabbriche 1978 -1980” e “Sezioni del paesaggio italiano”. Segue “Beirut” con due campagne fotografiche a confronto (del 1991 dopo quindici anni di guerra e del 2011) e “Le città del mondo” in cui evidenzia le contraddizioni delle aree metropolitane di Napoli, Istanbul, Gerusalemme, New York, Mosca, Shangai. L’ultima sezione è dedicata a Roma, con una rilettura contemporanea (stesso punto di vista) degli spazi urbani rappresentati nelle incisioni di Giovan Battista Piranesi. 

Gabriele Basilico, nella sua ‘passione/ossessione’ per la forma della città, s’interroga sulle trasformazioni urbane, cercando le ragioni della distruzione di una parte del paesaggio italiano e dell’identità dei luoghi o, all’inverso, mettendo a fuoco i significati reconditi dello spazio architettonico, i suoi valori proporzionali, chiaroscurali e materici. Nella sua ricerca/ricognizione sul contemporaneo è indifferente il valore scalare (legge nello stesso modo edifici, piazze, borghi, città, metropoli, megalopoli) cerca soprattutto di individuare le motivazioni urbanistiche, antropologiche o meramente speculative che hanno determinato il mutamento. 

Attraverso le foto Basilico fissa un momento ‘in between’: tra memoria/testimonianza del preesistente e fase di trasformazione, ci presenta immagini duali indispensabili per capire le specificità di un luogo. Indirettamente ci invita a verificare se la trasformazione urbana ha dato esiti positivi (come ad esempio nel suo ciclo sulle capitali europee), se le scelte progettuali non sono frutto di buon governo ma di banale speculazione (come nella ricognizione sulle periferie italiane), oppure se l’insensatezza dei governi ha determinato quasi la cancellazione/rinascita d’intere città (il prima e il dopo a Beirut). Altre volte possono essere anche un monito sui limiti d’intervento in contesti di alto valore (storico-archeologici a Roma, storico-monumentale a Parigi o di archeologia industriale a Milano). 

Il racconto per immagini delle città avviene, come Basilico stesso precisa, nel “cercare di svelarne l’essenza, essere pronti ad ascoltarne le voci, decifrarne i messaggi nascosti, entrare in sintonia con i luoghi, cercare, attraverso il confronto con altri luoghi, quelle affinità che ci fanno riconquistare un senso di appartenenza e una familiarità che ci consente di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo, allo sconosciuto (…) e allora Beirut ci riporta a Palermo e forse un po’ a Napoli, una certa parte di Roma si ritrova a Parigi e forse a Madrid”.

Per Gabriele Basilico una lettura fotografica dello spazio urbano implica una coniugazione di sensibilità poetica e di razionalità; un approccio da architetto su cui s’innestano il portato individuale, le curiosità culturali, i riferimenti artistici, le memorie di situazioni e di luoghi vagheggiati.  Fotografare una città – afferma in “Abitare la Metropoli” – significa fare scelte tipologiche, storiche, oppure affettive, ma più spesso vuol dire cercare luoghi e creare storie, relazioni, anche con luoghi lontani archiviati nella memoria, o addirittura luoghi immaginari”.

La sua metodologia si basa su una struttura compositiva chiara, su precise matrici morfologiche, su elementi di misura e su un lessico riconoscibile: per l’architettura utilizza spesso inquadrature frontali (come una vista di prospetto in un progetto), per lo spazio urbano immagini centrate e assiali, per i grandi agglomerati edilizi cerca relazioni per contrasto; ora tra città e campagna, ora tra i tracciati originari a misura d’uomo e nuovi organismi edilizi, spesso seriali e sproporzionati. 

Come nelle fotografie Alinari, Basilico segue un modello ideologico, vicino al concetto della prospettiva rinascimentale. Una sintassi definita da connessioni-disconnessioni e da rapporti geometrici chiari (senza alcuna virtualità percettiva), che trovano il proprio significato nei valori chiaroscurali e nella dualità denso-rarefatto.  

Dalla mostra, curata da Filippo Maggia e Giovanna Calvenzi (responsabile dell’Archivio Basilico), emerge con chiarezza quale sia per Basilico la funzione della fotografia di architettura come decodifica della realtà, come strumento d’indagine e come risvolto di una coscienza critica. “La sua fotografia – evidenzia Maggia – aiuta noi tutti a vedere le città, a riconoscere attraverso le sue immagini di importanti edifici come di architetture mediocri il loro carattere e la loro natura. (…) La sua idea di metropoli, in definitiva, è sempre stata quella di un animale che continuamente cambia pelle: la fotografia ne registra le mutazioni, con rigore e sentimento”.

Un’interpretazione che si fonda sul giudizio di valore dei luoghi e che rende tutti osservatori avvertiti sui rischi di alcune trasformazioni sconsiderate. Essendo, però, una lettura asettica e descrittiva, una ricerca analitica, nitida e asciutta (da ‘voyeur’ come la descrive Emiliano Zandri), non lascia trasparire l’emozione, personale e intuitiva, le proprie sensazioni, le suggestioni. 

In sintonia con Ugo Mulas, che parlava di un potere evocativo in ciò che è assente, Gabriele Basilico procede per sottrazione eliminando la figura umana nelle sue composizioni: un modo per metterla in evidenza.

Paradossalmente dalla mostra, 270 foto e cinque sezioni, non è facile capire quali fossero i suoi luoghi d’affezione o le architetture che amava. Riusciamo a capire i suoi interessi solo attraverso alcuni soggetti ricorrenti: sono evidenti le predilezioni per il mondo dell’archeologia (classica e industriale), per i grandi monumenti del passato, emblematici di un mondo perfettamente ordinato e compiuto, per l’architettura e lo spazio pubblico del primo Novecento, il Razionalismo in particolare; ma non s’intuiscono le sue scelte sul contemporaneo. 

Forse non amava minimamente l’architettura contemporanea.

In copertina: Gabriele Basilico, Milano Porta nuova, 2012 | © Archivio Gabriele Basilico da https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/gabriele-basilico-metropoli

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