Padroni e sotto: il Forte e il debole di Napoli – di Eduardo Alamaro

Colera. Era il settembre del 1973 quando nell’Europa occidentale opulenta si udì echeggiare di nuovo questa parola antica, medioevale, ormai (ritenuta) archiviata dal Progresso, dall’igiene urbana, dal Risanamento della modernità. 

La città europea colpita dal colera e dalla collera popolare era Napoli, manco a dirlo. Dalli allora all’untore, ai tanti perché “succede sempre a Napoli”, alle cause della ricaduta nel passato di questa città allegramente dolente. 

Incriminate prime furono le cozze e le abitudini alimentari “selvagge” della plebe napoletana (e non solo); il mare ormai inquinato della fu Marechiaro e della già famosa “Pusilleco adderusa” (odorosa, ndt) ove le cozze venivano coltivate e “vibrionate”; nonché la corruzione delle acque fognarie con quelle potabili, la speculazione edilizia senza scrupoli che aveva sfigurato “la grande bellezza” sirenusa.

Infine, sul banco degli accusati, furono messe la bramosia di denari e la debolezza della classe dirigente napoletana (analizzata in quel tempo da un impietoso libro di Percy Allum); la mancanza di etica protestante della cattolicissima e de vota (e fai votare) città di Napoli-metropoli, fedele a sé stessa e al suo culto di bellezza autocentrata, nei secoli dei secoli. Tra miseria (molta) e (poca) Nobiltà e mobilità sociale. Amen.

“Aiuto, aiuto”, si gridò. Si invocò il santo politico erogatore e pagatore di turno e così arrivarono da Roma consistenti stanziamenti e provvedimenti urgenti per arginare l’epidemia e dar sollievo et soccorso alle fasce popolari e popolose che erano state messe sul lastrico da questa emergenza sanitaria (che peraltro si sposava maledettamente con la depressione economica del ’73, crisi del petrolio, domeniche a piedi, ecc.). 

Questa stretta economica “mondiale” aveva determinato – (insieme alle lotte a Napoli per il miglioramento salariale e della salute dei lavoratori dei settori calzaturieri, guantai e pellami: esemplare fu quella contro i collanti paralizzanti della prestigiosa Mario Valentino alla Sanità)) -, aveva determinato, dicevo, la chiusura di molte fabbriche e di intere filiere di lavorazioni tradizionalmente decentrate in laboratori “artigianali” diffusi nella città, specie nel centro storico. La fabbrica era quindi diventata solo una scatola di montaggio. 

Questo modo di produzione fece poi scuola nel mondo. Fabbrica diffusa e sfusa, liquida e liquidabile facilmente. Non tracciabile e rintracciabile. Fabbrica nera, al nerissimo esentasse, com’è noto e ben notato. 

AAAlamarcord che furono proprio queste fasce proletarie prive di lavoro che si autodifesero e si organizzarono nei primi gruppi e liste di “disoccupati organizzati”. La città è i cittadini. Il governo italiano rispose con i “cantieri scuola” che in loco furono indirizzati verso opere pubbliche e di miglioramento delle condizioni di vivibilità cittadina in genere. Di fatto assistenza o poco più. Un affare e un mal affare.

Di questo Stato di cose camp e campane, di mancanza di case e di lavoro organizzato, fece tesoro l’allora Provveditore alle Opere Pubbliche che avocò e indirizzò a sé (nella sua veste istituzionale), quei flussi di danaro di Stato. Dimostrò sul campo (di battaglia dell’area napoletana metropolitana) di essere ed avere in sé e per sé Genio civile decisionista e “monarchico”. ‘O rre me ne saglio ‘o rre. W o’ rre di turno e di ritorno subito!

 Con abile politica distributiva e accomodante (“si accomodi, prego”), tipicamente democristiana, mise mano così, ‘o rre geniale, al consolidamento e al “restauro” di voraci e golosi complessi architettonici-monumentali caratterizzanti la città. In primis il Castel Sant’Elmo che sovrasta e sorveglia minaccioso Napoli e la sua gente da vari secoli.

Questo castello-fortezza-prigione di Sant’Elmo, (elmo di guerra, nomen est omen, appunto), è un mirabile esempio di architettura militare cinquecentesca, assolutamente innovativa al suo tempo. E’ assoluto simbolo della dominazione spagnola a Napoli. Monumento- coronamento di Napoli vista dal mare, che non è mai stato amato, anzi sempre odiato e spesso assaltato nelle ricorrenti ribellioni di popolo. Castello di Erode e dei tiranni, prigione per gli uomini liberi, e i patriottici. Patria & lacrime napulitane, s’intende.

Nella configurazione attuale questo bel castello, saldato perfettamente al tufo della collina, quasi come suo parto naturale, fu dovuto dal volere del viceré di Spagna, don Pedro di Toledo e fu realizzato su gran progetto dell’architetto di Valencia Pedro Luis Escrivà. 

Quest’ultimo concepì una fortezza totale-stellare a sei punte acuminate su Napoli, punte che spontano minacciose di venti metri rispetto alla parte centrale del “monumiento”. In luogo dei tiranti, l’Escrivàrch collocò enormi e con-vincenti cannoniere puntate sulla città. 

“Comme te movi te fulmino, populo de Napoles”, disse, forse. Detto fatto, la mano di Dio fulminò il potente. Fu infatti proprio un fulmine che nel 1587 parve dare una mano alla città di Napoli libertaria e utopica. 

Nella polveriera della fortezza cadde infatti un provvidenziale fulmine che fece saltare in aria buona parte del Castello del Tiranno, uccidendo 150 suoi soldati ed arrecando anche non pochì danni alla sotto-stante città oppressa. Ma lo rifecero com’era e dov’era, il Castello-fortezza. Con lo stesso spirito di potenza e pre-potenza. Stop.

Saltiamo a tempi più vicini a noi, al progetto di restauro dovuto al Provveditorato alle opere pubbliche della Napoli post colera del 1973. Progetto di restauro che suscitò non pochi interrogativi e polemiche per la disinvoltura e i criteri “creativi” adottati, (talvolta ritenuti arbitrati e all’ingrosso e -si disse- all’ingrasso). Ma tant’è. 

Il decisionismo “geniale”, cioè del Genio Civile di Napoli, fu percepito alla fine, salvo che dagli irriducibili, il minore dei mali possibili, sempre incombenti sulla città. Il forte di sant’Elmo era infatti diventato col tempo assai debole, assolutamente bisognoso di rafforzamento e adeguamento ai tempi, da dotare di nuove funzioni e/o finzioni. “Meglio questo restauro che niente”, si concluse rassegnati al meno peggio. 

I lavori andarono avanti così per una decina d’anni (e talvolta danni) ma …. ma nel giugno del 1979, con una mossa a sorpresa, veramente geniale nella comunicazione e nella percezione del “monumento negato”, Sant’Elmo si tolse l’elmo di guerra e si mise in pace con i cittadini di Napoli. Il forte, ormai liberato dalla sua tradizionale funzione militare, fu reso accessibile ai civili dopo cinque secoli. Si aprì così liberamente alla città, ma solo per una settimana.

Solo per “La Settimana nel Castello”, una meritoria iniziativa ideata dall’architetto Aldo Capasso, (allora docente di Tecnologie alla facoltà di Architettura di Napoli, ora in quiescenza, lui e la Facoltà); proposta accolta con entusiasmo dall’allora Provveditore alle OO. PP., sostenuta dalla Provincia di Napoli e dal quotidiano “Paese Sera”, redazione di Napoli, allora diretta da Luciano Scateni, giornalista che poi passò alla Rai.

Fu così che questo Castello del Potere sulla città passò per una settimana da monumento architettonico tirannico a contenitore di attività civili ed artistiche, di urgente nuova cittadinanza attiva. Una sorta di possibile Centro Pompidou di “Napoli in alto”, con vista mare e con larghi orizzonti futuribili praticabili, si disse.

Per una settimana ci fu di tutto e di più nel e sul bel Castello, tanta era allora la fame e la sete di nuovi spazi di vita, anche nelle sue emergenze più “toste”, come le femministe. Poi incontri, laboratori, animazioni, dibattiti politici sulla destinazione d’uso popolare della fortezza; per non dire di spettacoli, performance, teatro, canzoni, maschere, tamburriate, … Insomma tutto quanto utile alla causa (e ciò si può ancora vedere sfogliando la relativa pubblicazione della iniziativa pubblicata l’anno successivo, nda).

Finale. A memoria e a ricordanza di quella meritoria “Settimana nel Castello” di quarant’anni or sono, lo stesso Aldo Capasso, ottuagenario sempre-attivo, ha effettuato una mezza “Giornata al Castello – 1979/2019”, in ciò confortato dai reduci e ancora combattenti sopravvisti a quella epica e sfortunata battaglia per Napoli civile, artistica e partecipativa. 

C’erano tante cose compresse da tempo da dire; tanti, forse troppi, “i convocati”, i richiamati in ser vizio; i reduci col pannolone e le “new entry”, tal che gli ultimi interventi programmati son stati annullati o ridotti al minimo, tre minuti. Le due donne presenti e parlanti al Memorial del Castello si son prese invece mezz’ora ognuna. Noblesse oblige.  

Insomma, una mezza giornata al Castello e forse una mezza occasione mancata per dire di quel progetto e (triste) destino della stagione artistica e civile, rivoluzionaria nei contenuti e nei fatti e nei fotti, degli anni settanta sociali, a Napoli e in Italia. Sarrà per un nuovo appuntamento, per il cinquantenario della “Settimana”.  

Come è stato detto da uno degli intervenuti, Gerardo Pedicini, “la stagione degli anni Settanta nacque e si sviluppò come risposta (e fiancheggiamento) alle esigenze del corpo sociale che richiedeva un rinnovamento totale della società, nei suoi ordini costitutivi e cardinali. Richieste – ha proseguito- che, in mancanza di una adeguata risposta delle forze politiche progressive (sottoposte alla prova del fuoco del terremoto del 23 novembre ’80, nda) dimostrarono tutti i loro limiti.” 

Il movimento dell’arte partecipata rifluì così e poi si perse in mille rivoli. O dimenticò le sue origini.” Si riciclò nel Forte, mollando al suo destino il debole e gli scarti di Napoli. Stop. Anzi no.

P.S – Sceso dal castello dei sogni di sant’Elmo son stato al Museo “Madre” di Napoli, (Mammamia bella!, nda) per bella mostra in memoria del fu Marcello Rumma che si sparò nel 1970 a Salerno, villa comunale. Non si è mai capito bene perché lo abbia fatto. Del resto non è facile entrare nell’animo umano. Anche se si è giovani, belli e coraggiosi nell’arte-vita. O dell’arte senza vita, bang, bang.

 Interessante, tra l’altro, un filmato d’epoca, ove parlano autorevolmente Dorfles, Menna e lo stesso Rumma, in occasione dell’Arte povera versione balneare ad Amalfi-arsenale, 1968. I tre dicono della fine dell’oggetto d’arte in quanto tale; della fine del mercato (o almeno di quel mercato dell’arte); di percorsi e processualità, di bla, bla, bla utili e belli sociali, …. Cioè dicono tutto il contrario di quello che poi è accaduto, dopo la parentesi del “corpo sociale dell’arte” anni settanta. Una prece.

Non ci resta, cari amici dell’arte natalizia ‘e PresST, di mangiare (o usare come meglio vi aggrada), la banana global muzzecata di Cattelan, anche in versione pezzottata, a Napoli. Prezzi modici, a richiesta, anche su misura.

Saluti e buon anno.

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