Il nutrimento dell’architettura [2.26] – di Davide Vargas

La storia di una drammatica differenza sociale viene raccontata in Parasite con il linguaggio degli spazi. I poveri vivono in un seminterrato e hanno una finestra alta che affaccia sul livello della strada, i ricchi hanno una grande vetrata che come uno schermo inquadra un giardino curatissimo. I Kim vivono in un seminterrato e hanno il cesso su un strano rialzo dove poi c’è la finestra da cui vedono un altro disperato che si ferma ogni sera a pisciare, i Park vivono in una villa sulla collina, “semplice, elegante, moderna, piena di legno, vetro, silhouette e linee pulite”, come ne ha parlato Architectural Digest, “uno spettacolo di minimalismo moderno” secondo Domus.

Le scale dei Kim scendono sempre, quelle dei Park salgono verso la luce. Eppure l’architettura NON C’È. Il celebratissimo architetto Namgoong progettista della casa non esiste e la casa stessa è opera dello scenografo Lee Ha Jun che l’ha realizzata avendo in testa punti e angoli di ripresa. E così le inquadrature sono molto lunghe, basta muovere la macchina da presa per seguire la storia senza fare stacchi, i tagli tra una scena e l’altra sono la metà di un film d’azione per intenderci. Parasite è una lezione su INQUADRATURE e TEMPI. Tutte cose cinematografiche, l’architettura ha altre complessità. Il regista Bong Joon-ho ha cinquanta anni e il film ha vinto la Palma d’oro a Cannes.

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