Francesco Palpacelli – di Massimo Locci

Durante la recente Ostia Autumn School 2019, a venti anni dalla scomparsa si è ricordata la figura di Francesco Palpacelli, allievo di Adalberto Libera (di cui è stato assistente alla Facoltà di Roma) e poi a lungo collaboratore di Giuseppe Vaccaro. 

Fortemente interessato alla sperimentazione linguistica e all’innovazione tecnologica, fin dalle prime esperienze in occasione di importanti concorsi e poi nell’attività professionale, si è distinto per la qualità e radicalità delle proposte. Nonostante molti riconoscimenti (vince due premi In/Arch e un premio per la migliore opera europea in acciaio nel 1993), la pubblicazione di molte sue opere sulle riviste (in particolare su L’architettura c/s diretta da Bruno Zevi) Francesco Palpacelli non è mai entrato nel novero degli architetti che contano. 

La prima mostra e pubblicazione monografica sul suo lavoro ‘Romanticismo Organico’ è del 2001, curata da Marco Alcaro, Mirco Falconi e Valentina Piscitelli cui, in pochi anni, sono seguite una seconda mostra/pubblicazione nel 2004, curata da Sergio Bianchi, e una terza mostra alla Casa dell’Architettura con relativa pubblicazione nel 2005, curata dal sottoscritto. 

In quest’ultimo libro e nella mostra erano presenti testimonianze scritte e video di amici e collaboratori sul suo metodo di lavoro, sui suoi interessi nel campo dell’arte, dell’astronomia, della botanica e della scienza (passioni che condivideva con il sodale e suo strutturista Sergio Musmeci). Sconfinamenti extra disciplinari finalizzati a trovare nuove regole/deroghe compositive (in linea con la ricerca sullo spazio-tempo e sulla morfogenesi), a definire geometrie complesse e non solo euclidee, a sperimentare polifunzionalità e integrazione forma-materia, a coniugare discipline diverse: espressive, scientifiche, tecniche.  

Nel 2007 l’editore Skira ha, infine, pubblicato la monografia Francesco Palpacelli Architetto, a cura di Giorgio Muratore e Antonella Lazzaro, che aveva già realizzato il regesto completo delle sue opere. 

Alla fine degli anni novanta la maggior parte degli architetti della sua opera conosceva poco, esattamente come oggi; nonostante i libri citati contenessero molti e importanti interventi critici, il miracolo del riconoscimento postumo del suo valore non si è avverato. 

Palpacelli, ora come allora, è noto solo per le sue “torri d’acqua”, che aveva più volte sperimentato e realizzato. Per questo motivo, da sempre, gli viene riconosciuto solo un alto livello professionale, sulla soglia tra architettura e ingegneria, ma nulla di più. Eppure nelle sue opere migliori emergono una proiezione “utopistica” e, contemporaneamente, una metodologia attenta alla processualità, grande abilità nel plasmare lo spazio, sensibilità nell’inserimento urbano e paesaggistico, capacità di  risolvere coerentemente forme espressive e soluzioni costruttive.

Peraltro Franco Palpacelli possedeva un’identità complessa, con riferimenti colti, ma per temperamento era una persona schiva, incapace di proporsi come un caposcuola. Più che all’aspetto teorico era interessato ai processi costruttivi, per rendere concretamente attuativa la ricerca sperimentale, ponendo lo spazio fisico al centro della propria analisi formale.

Palpacelli ha sviluppato un linguaggio innovativo, non solo in termini plastici ma ‘olistici’ in quanto ogni singola parte è vista nel suo insieme, come qualcosa di più significativo della somma delle sue stesse parti. Una visione di impronta sperimentale, con forti fondamenti metodologici, basata su due strumenti procedurali: il modello, inteso come archivio personalizzato di forme da comprendere e innovare, e il sistema, il filtro interpretativo e linguistico che ordina e verifica l’integrazione morfologica. 

Palpacelli mira a ottenere due risultati: evitare il dogmatismo, in quanto ogni modello è per definizione in fieri (legge del mutamento) e impostare la ricerca in termini empirici, collegando i due piani, quello dei fondamenti (artistico e tecnico) e quello  del processo operativo. 

La scarsa considerazione per la sua ricerca, nonostante le tante iniziative citate (anche di tipo universitario, come le splendide ricostruzioni dei suoi lavori realizzate dagli studenti di Piero Albisinni e Laura De Carlo), deve farci riflettere su alcuni fattori che ne hanno impedito l’auspicata revisione storica: il peso teorico e ideologico che da sempre condizionano le fortune critiche di artisti e architetti (italiani in particolare),  il ruolo della critica stessa (che è sempre meno incisiva e capace di indirizzare le valutazioni), il modo con cui oggi si promuove la ricerca in campo architettonico (libri e mostre servono ben poco).

La comunicazione attuale dell’idea architettonica è molto diversa sia dalle sue fantasiose e polisemantiche prospettive a mano libera, sia dai suoi dettagli di ingranaggi tecnologici di riferimento leonardesco. Altrettanto lontane sono le sue elaborazioni (sul concetto di ‘struttura estensibile’ e di ‘forma aperta deformabile per l’azione degli agenti naturali’) dai temi di interesse oggi prevalenti e valutati rilevanti, soprattutto nella ricerca dei giovani architetti. 

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