Primmavera di bellezza piedigrottesca anni ’30 (e dintorni) – di Eduardo Alamaro

Scarta-bello & scarto-brutto vecchie pubblicazioni minori degli anni trenta del ‘900.

I gazzettieri, i giornalisti, i giornalai, le pubblicazioni minori ma non minorate, sono la mia passione. Con la loro arte applicata quotidiana, giornalini e giornaloni vanno spesso al nocciolo delle questioni in gioco. Spesso gioco urbano a Napoli. 

Il mezzo che adoperano, il quotidiano stampato, spinge i gazzettieri alla contemporaneità. Quel quotidiano che dura un giorno deve parlare presto e chiaro. E’ “il giornale parlato”. E più è parlato e parlante ai molti, più è comprato. Per quattro soldi dall’acquirente, negli anni trenta. Con l’illusione di “partecipare” al gioco. Gioco pericoloso e necessario, si sa. Tra sventramenti e edifici razional-monumentali.

E’ la creazione e la coltivazione, allora come oggi, mutatis mutandis, della pubblica e pubblicabile opinione, talvolta con intuizioni e asserzioni acute. O almeno non disprezzabili, nell’intervallo tra arte e costruzione urbana con-vincente. 

Ad esempio questa che ho letto stamani, sempre del 1934: “Come la Napoli dei romanzi lacrimevoli di Francesco Mastriani è stata spazzata via dalla benefica azione del Risanamento dei quartieri bassi a fine ‘800, così la Napoli del teatro di Raffaele Viviani sarà spazzata via dal piccone risanatore dalla demolizione del putrido quartiere San Giuseppe-Carità.”

Per tale motivo la famosa “Bammenella” ‘e copp’ ‘e Quartiere”, di Viviani non farà più parlare di sé, si ipotizzava. Sarà archiviata nel passato, quando “annascuso p’ ‘e vicule, ‘a sera,” tentava di dar cadere in trappola ‘o bbrigadiere da corrompere con le sue “bone maniere”. Il progresso, l’igiene urbana, il nuovo che avanza inesorabile con la ruspa, come ha cancellato Mastriani così cancellerà Raffaele Viviani, “cafone ‘e fore” di Castellammare di Stabia. Napoli e la sua arte dovranno ripiegare sul teatro più conciliabile di Eduardo de Filippo, Scarpette più adattabili ai tempi.

Ma non è andata così. Viviani è vivo e recita in mezzo a noi quella parte di NAPOLI nascosta e spesso atroce; sporca e non present-abile, ma sempre riposizion-abile.

Di quella supposta “primmavera di bellezza”, repulisti della città di Napoli anni trenta ‘900, oltre agli edifici dell’epoca, restano, nelle emeroteche, molte testimonianze “minori”,  grafiche e fotografiche, impaginate nei quotidiani e settimanali. 

“Cose” spesso ardite per Napoli, certamente di propaganda, da valutare oggi in quella intenzione di coinvolgimento di un vasto pubblico irreggimentato nel pensiero unico, come dimostrano i montaggi (di suggestione futurista) del fotografo Riccardo Carbone in combutta creativa con Danno, che non condanno. Anzi: le loro sono accettabili e abili “pratiche visive basse” che vanno dritte dritte alla pancia e alla fantasia del (loro) pubblico. In quegli anni ’30 del ‘900 a Napoli.

Ma … ma in questo passaggio fa capo-lino la nostalgia per ciò che si lascia, per la “Napoli che se ne va”, (ma vavattenne!!!, nda); rimpianto degli immancabili piagnoni per le “strade ‘nfose” e/o per “‘o vico ca un fernesce mai”; nonché per la “scalinatella longa longa” che porta certamente alla “casarella ncopp’‘e Camaldoli, rigorosamente “pittata ‘e rosa” dall’innamorato …, nello scenario urbano-rurale canzonettistico che affligge Napoli da sempre. (Ma poi Pino Daniele -a sorpresa- fece piazza pulita di tutto ciò. L’arte è così: viene fuori quanto meno te l’aspetti. Ed è subito riconoscibile)

Alcune vignette satiriche echeggiano interrogativi epocali: continuità della cultura “italiana” o netta discontinuità tra passato e presente. Città antiche con edilizia nuova o no? Tradizioni da tradire o da ri-confermare? Conservatori o innovatori? Archi, colonne, eccetera o … o architettura “razionale”? Caffè Croce di Savoia monarchica o bar della Repubblica socialpopolar senza l’orpello della stella & corona sabauda?  

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