Pensando alla Biennale di Pisa: ricordi, pensieri e proiezioni di città e di acqua – di Cristina Senatore

 

L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Cosí il tempo presente.
Leonardo da Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano, 1994, pag. 68

In questi giorni viene inaugurata la terza edizione della Biennale di Architettura di Pisa dal curioso titolo “Tempodacqua” che mette insieme i concetti di tempo, acqua e architettura. Il messaggio è rimbalzato qui e lì in rete provocandomi un rimescolamento di pensieri, riflessioni e ricordi che in parte  ricostruisco qui come racconto di viaggio nel mio “inter-spazio”.

Mi accorgo che attraverso il ricordo dell’acqua ricostruisco i luoghi e li ri-abito in un trasporto quasi fisico. Non avevo mai notato prima che la presenza dell’acqua fosse capace di registrare l’essenza e la consistenza dei posti sul nastro della memoria. 

Il ricordo più antico legato alla presenza dell’acqua accanto a qualcosa di costruito mi porta a Napoli, sul Molo Beverello. Ancora oggi la netta linea di confine fra la durezza di pietra della città e la liquidità del mare mi ammutolisce, provocandomi una indescrivibile emozione. Potevamo stare con i piedi sul limite estremo della banchina, il che dava origine ad un forte, eccitante capogiro. A volte, a pochi metri di distanza, si stagliava in un incomprensibile e quasi scioccante equilibrio la prua altissima di qualche nave gigante: quella mole immensa di materia ondeggiante era un mistero come stesse su e come potessimo tenerla così vicino senza rischiare di essere schiacciati. Il suono degli schiaffi d’acqua alla nave e alla parete verticale di pietra, a causa della vicinanza tra le due, produceva una tenebrosa eco come quella che il mare suona nelle grotte che si aprono nei ventri rocciosi, mi prendeva forma intorno, nell’immaginazione di bambina, la pancia della balena di Pinocchio: un antro pericoloso e allo stesso tempo salvifico. 

Foto: Carlo Riccio

Da piccoli, in piedi su una sedia, si giocava con le navi giocattolo nel lavello della cucina, il rumore dell’acqua del rubinetto che scorre per riempire la vasca mi fa fare un salto temporale in avanti di alcuni anni rispetto al molo, arrivo così ad ascoltare di nuovo e distintamente il suono dello scroscio d’acqua che risuonava nei vicoli sempre più forte man mano che mi avvicinavo, per la prima volta, alla Fontana di Trevi. All’inizio non avevo nemmeno capito che si trattasse del rumore dell’acqua, capendolo ne rimasi meravigliata (la dimensione della piazza mi deluse, me l’aspettavo molto più grande, ma il rumore dell’acqua mi sembrò un vivace concerto musicale).  Da lì è un attimo che il pensiero corre al suono gaio e fragoroso dell’acqua delle fontane al centro delle piazze vuote e al suo riecheggiare nei pomeriggi deserti delle domeniche, o anche allo stesso suono che si confonde con il brusio della piazza in piena attività: la fontana del Carciofo nella piazza Trieste e Trento di Napoli, la cinquecentesca “fontana dei tre leoni” nella piazza del Comune di Assisi, e la ancora più antica Fontana nella piazza IV novembre di Perugia. Sprizzi, cascatelle, zampilli che originano piccoli arcobaleni in tutte le direzioni. Gente seduta sui gradini, che ride, che mangia, che parla, che piange, che scatta foto e selfie. E quando in una piazza la fontana è spenta e vuota? Immediata brucia la delusione e affiora il desiderio ardente della liquidità fresca e trasparente dell’acqua, come quello che nella torrida estate ti procura felicità bagnata in viso sotto ai “nasoni” di Roma!

Mentre scrivo, fuori piove e prende corpo l’immagine di quella città che senza pioggia, restando muta, quasi non si vede. Il ticchettio delle prime gocce che raggiungono l’asfalto, il tintinnio metallico del loro cadere nelle grondaie secche e sulle ringhiere. Il loro crescente rimbalzare fino al cadere copioso della pioggia il cui suono si può riprodurre nell’intimità della casa portandosi le mani sulle orecchie sotto la doccia.  La pioggia sui vetri. La città vista da dietro ai vetri sui quali batte la pioggia. La pioggia da dentro all’abitacolo dell’auto. E quando il temporale smette, il suono dei passi nelle pozzanghere e lo scorrere di mille ruscelli sulle facciate dei palazzi e su tutte le altre superfici verticali, il loro rapido fluire verso i tombini nei quali spariranno. L’immagine capovolta della città restituita frammentata da mille specchi d’acqua. 

Mi trovavo ad Atrani una volta che pioveva, cielo e mare erano neri come la pece. Potevo sentire salire dalle grate nell’asfalto il rumore dello scorrere spaventoso e violento di un fiume sotterraneo formato dall’acqua piovana. Mi allontanai e me la misi a guardare da lontano: abbarbicata sulla parte finale di una montagna a picco sul mare, la piccola cittadina della costiera amalfitana si mantiene in bilico, con una strana spavalderia, sul confine fra le due immensità del cielo e del mare. Sfrontata, sfida la potenza dell’acqua! Sono mostruose le immagini dell’alluvione che la invase nel 2010: un fiume impazzito di acqua scese dal pendio ripido della montagna, diventò di fango e inondò il paese rovesciandosi nelle abitazioni fino al primo piano dei palazzi, portò con sé a mare decine di automobili, in pochi minuti non esisteva più la spiaggia e le barche venivano rimescolate in un vortice distruttivo di mare e fango che ingoiava tutto. Si contò un morto, una ragazza il cui corpo fu ritrovato un mese dopo nel mare davanti alle isole Eolie. Penso a tutti quelli che perdono la casa e tutto quello che contiene fino a volte alla vita stessa, sotto alla furia dell’acqua di fiumi che magari riprendono soltanto il loro corso naturale. 

Michelangelo, Diluvio universale, Cappella Sistina
fonte: https://www.musei-vaticani.it/diluvio-universale-michelangelo-cappella-sistina/

L’elemento primario dell’acqua così come ci alimenta, può distruggerci con la sua assenza o la sua forza. Non possiamo pensare di “addomesticarla”, è una creatura potente e selvaggia, libera e impetuosa. Anche quando con gli acquedotti romani l’abbiamo convogliata verso il nostro bisogno, non l’abbiamo mai imbrigliata, piuttosto l’abbiamo saputa allora rispettare e assecondare, l’abbiamo accarezzata stabilendo con essa un patto.  Siamo nati nell’acqua e la nostra esistenza consiste in un esile e sottile presenza fra l’acqua interna e l’acqua esterna al corpo, fra l’acqua di dentro e l’acqua di fuori, per la nostra sopravvivenza è necessario un equilibrio fra queste due acque. Un’alleanza con l’acqua. Una alleanza che possiamo quindi forse stringere attraverso l’architettura, non dimentichiamo che secondo varie sacre scritture (non solo la Bibbia) siamo qui grazie ad un’ arca, ovvero l’Arca di Noè che altro non era che una architettura galleggiante, una architettura cioè che rispettando l’acqua seppe preservare dalla sua furia la vita.

“E Iddio disse a Noè: Appo me la fine di ogni carne è giunta; peciocché la terra è ripiena di violenza per cagion di costoro; ecco io li farò perire, insieme con la terra. Fatti un Arca di legno di Gofer; falla a stanze, ed impeciala, di fuori e di dentro, con pece. E questa è la forma della qual tu la farai: la lunghezza di essa sia di trecento cubiti, e la larghezza di cinquanta cubiti, e l’altezza di trenta cubiti. E dà lume all’Arca; e fa il comignolo di essa disopra di un cubito; e metti la porta dell’Arca al lato di essa; falla a tre palchi, basso, secondo e terzo. Ed ecco io farò venir sopra la terra il diluvio delle acque, per far perir di sotto al cielo ogni carne in cui è alito di vita; tutto ciò che è in terrà morrà. Ma io fermerò il mio patto teco”.  Genesi 6, 13-19

Dunque se dovessi immaginare una città futura, la immaginerei come una città fluttuante sull’acqua, capace di restare a galla e di spostarsi, di essere sollevata dalle onde e di inabissarsi, di essere cullata dall’acqua ma allo stesso tempo capace di accarezzare l’acqua, di chiudersi a protezione della vita, di farsi antro, pancia di balena per far passare la tempesta, poi di scoprirsi di nuovo sotto al cielo. Nel suo centro avrebbe una piazza e al centro della piazza una fontana dalla quale sgorgherebbe l’acqua e quel fluire sarebbe l’anima sua stessa e la città vivrebbe in equilibrio fra l’acqua di dentro e l’acqua di fuori. 

In copertina: Fotomontaggio e disegno digitale di Cristina Senatore

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