La costruzione paratattica del progetto: il Parco del Ponte a Genova – di Daniel Screpanti

Esaminando i lineamenti del percorso partecipativo destinato a perfezionare il progetto del Parco del Ponte sul Polcevera, a Genova, emergono chiaramente le caratteristiche del processo compositivo che è stato seguito dai progettisti e che è evidentemente basato su una rigorosa segmentazione del lavoro di progettazione. Divisione dei compiti e degli aspetti spaziali da curare e approfondire, dovuta anche alle necessità di trovare un modo efficace di collaborazione a distanza, e fin da subito, tra molti professionisti e specialisti. Del resto il bando del concorso di progettazione non poteva esimersi dal chiedere fin dal principio un preciso team estremamente composito (in modo che nessuno si dovesse poi preoccupare di scegliere responsabilmente e autonomamente, i giusti partner e collaboratori per il progetto proposto).

Se si osservano i nomi e le specializzazioni dei progettisti partecipanti ai tre tavoli di discussione e di workshop previsti nel mese di ottobre, è evidente che l’unico membro del team vincitore coinvolto nella discussione di due tavoli su tre, sia Mobility in Chain, che nel progetto si è occupato di mobilità, traffico e infrastrutture.
La logica del progetto è pertanto paratattica: lo spazio si forma come somma di livelli specifici in cui potrebbero/dovrebbero accadere delle cose collegate tra loro dal movimento delle persone.

Nonostante i software per il disegno automatico aiutino molto – forse troppo – a creare infiniti “strati spaziali”, i progetti paratattici non sono certamente facili da disegnare, e occorre un grande sforzo per non cadere nella tentazione di cambiare da dentro lo spazio in cui si interviene. Ciò va assolutamente evitato perché la forza del progetto paratattico è lasciare il più possibile tutto com’è. Il campo di azione del progetto è ciò che esiste così come si vede in una foto aerea, né più né meno. I progetti paratattici infatti si devono limitare a depositare elementi dove servono, applicarli solo in alcuni punti piuttosto che in altri, aggiungere infinite altre cose sopra-sotto-a fianco di quelle già messe qua e là, per aggiustare il tiro.

I progetti paratattici sono un buon modo per organizzare concorsi di progettazione. Perché mettono subito in scena le immense difficoltà di concezione della realtà territoriale che abbiamo nel 2019. Purtroppo, il mondo non si trasforma a strati (natura, campagna, città, metropoli) e neanche secondo precise direttrici orizzontali (prima c’è la città, poi viene la periferia, dopo, forse, c’è la città diffusa, infine…). La realtà è ogni volta quello che è ed è soprattutto ciò che riusciamo a raccontare della realtà. Per questo motivo i progetti dovrebbero per prima cosa farsi carico di descrivere la realtà in cui intervengono, e farlo con accuratezza, precisione e pure una certa poesia, se volessero poi progettare veramente le trasformazioni per uno spazio esistente e i suoi infiniti usi. Sarebbe ancora meglio, se i progetti riuscissero a interpretare pure il cambiamento territoriale, la dinamica del contesto esistente, e conseguentemente provassero a descrivere come il progetto realizzato riuscirebbe poi a relazionarsi con ciò che deve ancora avvenire, o sta già avvenendo, intorno a sé. Eppure i contesti sono sempre statici nei progetti che vediamo, soprattutto in quelli paratattici.

Inoltre, i contesti sono troppo spesso solo malati, brutti, poveri. È proprio pensando e disegnando così la realtà in cui si interviene con il progetto che si finisce per fare, più o meno consapevolmente, un’azione progettuale simile al gioco per bambini nel quale si incastrano le forme giuste nella scatola con i buchi.

Finito il gioco, si tirano fuori le forme dalla scatola bucata e si riparte. È questo il merito dei progetti parattattici: evidenziano immediatamente le questioni che prima o poi  dovremmo provare a risolvere con il progetto.

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