Il punto di partenza è fermati – di Roberto Cavallini

La prima volta che andai a piazza Vittorio fu con mia nonna, nei primi anni ’50. Andammo al mercato perché nonna doveva comperare chissà che cosa. Andavo spesso al mercato con nonna, molto più frequentemente a Sanco Simato, come diceva lei, a Trastevere, vicino a casa sua perché lei abitava alla Lungara. Anni più tardi leggendo la targa, scoprii che quella piazza di Trastevere era ed è San Cosimato. 

Sono stato, sempre in tempi remoti, anche da MAS, i Magazzini Allo Statuto, dove c’era un bar all’interno, al mezzanino e mi sembrava una cosa di gran lusso. Un bar all’interno di un grande negozio non me lo ricordo neanche a La Rinascente, che però mi piaceva di più. 

Mas distava pochi metri da piazza Vittorio. 

Mas ora non c’è più, non c’è neanche il mercato che è stato spostato al chiuso alcuni anni fa’ e tra via Conte Verde e via Emanuele Filiberto quei palazzi rimasti tanti anni semi diroccati sono stati ricostruiti un po’ richiamando lo stile della piazza e mantenendo nella loro struttura i portici. 

Piazza Vittorio ha un perimetro di circa un kilometro. Un kilometro quasi ininterrotto di portici sotto i quali cammina, vive e lavora un’umanità varia, in questa varietà sono comprese etnie di mezzo mondo, oltre ai romani dell’Esquilino e ai romani del centro storico e a quelli di vattelappesca, ai turisti, ai flaneur, ai disoccupati ed ai lavoratori e agli studenti che sono solo stranieri, perché i giovani a piazza Vittorio sono prevalentemente stranieri e sono di tutti i colori e tutti camminano, vanno diretti da qualche parte, tranne i flaneur, che però sembrano poco romantici e più dei perditempo, alcuni hanno perso oltre al tempo anche la strada, ma i portici sono una sicurezza.

Sotto quei portici siamo stati collocati anche noi, una trentina di performer, dalla nostra esuberante capobanda Barbara Lalle, sotto l’occhio fotografico e vigile di Marco Marassi per dare vita a Punto di Partenza, una performance partecipativa, organizzata appunto, da Lalle e Marassi, con la curatela di Roberta Melasecca e il progetto grafico di Alessandro Arrigo che ha pensato bene di elaborare un cartello di invito con su scritto, tra il lusco e il brusco dei marroncini, Fermati, parliamo. Un cartello che ogni performer dovrà usare come strumento di invito.

Sono le quattro del pomeriggio di un sabato di fine ottobre. Sistemo le due sedie da regista in posizione angolare, sotto uno dei portici vicino a via Conte Verde e attendo che qualcuno si sieda vedendo il cartello esposto che invita a fermarsi e a parlare.

Dopo una decina di minuti, lo sguardo incuriosito di una miope si indirizza sul cartello che porto appeso, con una stampella, al colletto della camicia. La stampella me l’ha regalata il gestore cinese del negozio di fronte al quale sono seduto. Al mio invito di accomodarsi, Susanna, ricercatrice dell’istituto superiore di sanità in pensione, che vezzosamente, ma anche incongruamente, visto il suo tailleur di tweed, un po’ troppo pesante per la giornata quasi estiva di ottobre, indossa un braccialetto d’oro alla caviglia, sotto le calze. Abita in zona e ricorda che andava a piedi all’università e che durante le inchieste sulla terra dei fuochi mi confida: “sa quante pressioni abbiamo ricevuto per…ma noi facevamo ricerca scientifica”. Questo pomeriggio passeggia sotto i portici e si ripromette di parlare con gli altri performer, perché… l’iniziativa è molto interessante.

La seconda Susanna, detta anche Su, è una professoressa in pensione di lingua inglese anche lei agée (dipenderà dall’aspetto dell’interlocutore? Che attira signore di una certa età?) vive a Trastevere, abita in via del Mattonato e qui a piazza Vittorio le sembra di stare all’estero, rispetto al resto di Roma, anzi rispetto a Trastevere. Lei è di Liverpool la patria dei Beatles. The best, senza dubbio, a suo dire, anche a mio dire, ma questo non importa. Non ha l’aspetto di una professoressa in pensione perché è just a little bit smandrappata, indossa pantaloni indefinibili e una maglia rosa a maniche lunghe, ma non si capisce se siano indumenti elasticizzati o di due taglie più piccole. E’ sorridente e comunicativa è venuta in Italia dopo la pensione e oltre alla birra, penso che le piaccia la cucina romana. Deve andare a casa. 

Arrivederci.
Ciao.

Valentina, l’avevo vista in fondo ai portici che parlava con Emma ed ero un po’ invidioso nei confronti della “collega”, ma Valentina generosamente si è seduta accanto a me senza che ci fosse bisogno di invitarla, occhi azzurro-verdi con capelli tinti di quel rosso che solo chi ha studiato gli impressionisti e visto i film di Eric Rohmer può scegliere. E’ bella e sorridente, abita nelle vicinanze di piazza Vittorio, a Porta Maggiore e si occupa, lavorandoci, di teatro e di animazione, tiene corsi di integrazione interculturale anche nelle scuole (di materiale in zona non manca) ma un certo senso di instabilità lo comunica anche senza dichiararlo. Non ha figli ed in qualche modo lo si poteva capire da un certo tipo di seduttività che metteva in campo. Voleva essere accolta, aveva un modo di guardare che non era la prima volta che incontravo. Lo sguardo di quelle donne che sanno di essere belle, ma la cosa non basta più, perché c’è  qualcos’altro che scivola via. Purtroppo fumava, ma molto gentilmente mi chiese se mi desse fastidio ed io mentendo dissi di no, ma lei che aveva capito, cambiò mano allontanando la sigaretta. Ho detto “purtroppo fumava” perché gli incisivi per quanto regolari erano resi opachi e macchiati dalla nicotina, un tratto di trascuratezza che mi sembrò intonato ai portici che ci accoglievano.

Ciao che cosa è questa cosa qui?
Una performance.
Che è?
“Fermati e parliamo”.
Tieni (mi porge un tappo di birra). No grazie non fumo, rispondo.
Di che parliamo?
Di quello che vuoi tu.
Di come si ruba un portafoglio?
Dimmelo tu, che io non sono capace.
Ciao.

Ciao.
Scusa per il mio amico è ubriaco, io vengo dalla Polonia è dal 2002 che sono in Italia, ma non lavoro ed è una settimana che dormo per strada. E’ una bella cosa quella che fate. Se uno si conosce…è meglio…è una bella cosa quella che fate.
L’altro sbraita.
Scusa, devo andare. Ciao.
Ciao.

Ciao e si mette seduto. E’ sulla quarantina, passata da un po’.
Ciao che fai di bello, chiedo?
Beh un po’ lavoro e un po’ non lavoro. Faccio il giornalista e abito qui vicino.
Ciao, ora vado in enoteca. 

Ciao.
Sorridente e un po’ imbarazzato non sa come iniziare perché avrebbe potuto partecipare alla performance come uditore, al posto mio magari, ma poi la cosa è saltata. Forse…sarà per la prossima volta… 

Eh, tanti anni fa’ abitavo in questa zona, dove mio padre aprì uno dei primi negozi di computer, ai tempi dell’Olivetti M24. Io ho fatto l’informatico e successivamente presi l’incarico all’università e ci andavo a piedi. Poi conobbi una ragazza che diventò mia moglie e prendemmo una casa in una stradina qui vicino. Ora invece abito in viale Libia e per andare al lavoro prendo l’80. Per un sacco di tempo sono andato al lavoro in bicicletta, ma sai che c’è? Con l’80 faccio prima! Poi si guarda la pancia (come lo capisco) e dice che dovrebbe riprendere a pedalare. Magari con quella elettrica. Ora voglio fare un giro, mi dice e parlare con gli altri performer. 

Più tardi ci saremmo rivisti in pizzeria.

Lunga, una donna lunga, non semplicemente alta, lunga, col viso lungo e pallido, con i capelli lunghi e bianchi, con una gonna lunga colorata e scolorita, riecheggiante l’abbigliamento femminista degli anni ’70. Lei vuole rimanere in piedi, ma dice subito: E’ bella questa cosa che state facendo! Lo dice perché anche lei si sente un’artista, ma è stata moglie di una persona molto malata e anche gli altri fatti sentimentali sono stati tutti complicati. E racconta: Io sono figlia d’arte, eh sì. Mia madre era fotografa e mio nonno era violinista, io ancora non ho deciso bene in che ambito applicarmi, però mi sento un’artista. Bella cosa quella che state facendo. Ciao e scappa via. 

Il mio ciao è rimasto in gola.
Passa una coppia, lei sorregge lui.
Prego accomodatevi.
Magari, il signor Alzheimer ci ha rubato un bel po’ di parole.
Arrivederci.
Arrivederci.

E’ divertente quello che fate.
Prego, sedetevi, dico alle due signore distinte, abbigliate con quello stile che conosco personalmente, di amiche, mogli, amanti.
Ma no, no, non possiamo, noi dobbiamo camminare, ma da quant’è che sei qui?
Dalle quattro. Ah, ma si ferma gente?
Si, si.
Uh, ma che bella gruccia. Che bella idea, quella di appendersi al collo il cartello, con la gruccia. E’ divertente; ma si ferma gente?
Si, si.
Ma che ti dice?
Uno poco fa’ mi voleva parlare di come si rubano i portafogli ma poi non me lo ha detto. Ah è divertente. Ciao. Ciao.

Buonasera.
Buonasera.
Si sieda.
Alto, sorridente dall’aspetto giovanile, eterno ragazzo, anche dopo i quaranta. (Bè, se è eterno!). Mi chiede: Che cos’è quella cosa lì?
Un cartello, dico.
Posso farle una foto, sa io sono un sociologo.
Certo.
E lui, sono quarant’anni che abito in questa piazza.
Bene, dico, così ha potuto osservare i mutamenti antropologici che si sono succeduti nel tempo.
Beh essendo un sociologo… Non è facile spiegare che cosa sia un sociologo.
Anch’io sono laureato in sociologia, abbozzo.
Ah, bene, io faccio il councelor, ma certo i nostri politici… Lei che fa?
Io sono in pensione.
Ah… vive sulle mie spalle, gliela pago io la pensione.
Come io la pagai a chi era in pensione, quando lavoravo.
Ma noi non ce l’avremo la pensione.
Allora se la prenda con chi ha creato le condizioni per un mercato del lavoro basato sul precariato e sul sistema contributivo e non più retributivo.
Qui ci abitano i miei genitori, ora vado da loro. Arrivederci.
Arrivederci.

Si avvicinano le sette ed anche qualcuno che conosco con la sua fotocamera al collo.

In copertina: foto @Sergio Sechi

 

1 Comment

  1. Emma Saponaro 04/11/2019 at 19:49

    Resoconto bello di una bella giornata. Grazie!

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