Il nutrimento dell’architettura [2.24] – di Davide Vargas

I racconti di Julio Cortazar ti portano in uno spazio simmetrico, parallelo, sferico, frammentato, speculare, duplicato, parlante. Quando ad esempio si addentra in fondo al tempo per parlare di Anabel si ritrova a parlare di sé stesso come in una spericolata ricaduta ma continuando a immaginare di scrivere della donna amata. Amata, poi, chissà?  E poi chi racconta? Cortazar quello vero che in una lettera ad un’attrice dice di non saper distinguere tra finzione e realtà, o il boxeur che combatte in una infinita metafora della vita, o un giovane alter ego dello scrittore che scrive di un amore di infanzia e si ritrova Sara accanto mentre traccia parole sui fogli alla sua scrivania, forse nell’immaginazione, forse davvero, non si sa.

Le strutture verbali non sono solo tali ma generano una sorta di triangolazione tra autore protagonista e lettore, il percorso della narrazione non è mai lineare. Da un suo racconto Michelangelo Antonioni trae lo spunto per Bow-Up del 1966.

Cortazar era argentino come Borges che quasi cieco visita il Guggenheim: “Ricordo la sua circolarità. Ecco, non potevo distinguere gli oggetti, però la luce sì, e notavo che il percorso non era in linea retta…andavamo in discesa, in circolo, perché la luce era sempre a destra, una luce che proveniva da una cupola di cristallo, mi dissero, e che io notavo sulla mia testa, come se non fossimo stati in un edificio, ma all’aria aperta […]”

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