Il nutrimento dell’architettura [2.23] – di Davide Vargas

Ci sono casi in cui la Realtà si percepisce a strati. E ognuno di essi racconta una storia. Mi affaccio dalla cima del campanile della Cattedrale di una città del sud Italia, costruita al limitare di una specie di terrazza sul mare che sembra pronta a salpare come una zattera. Ma in primo piano c’è una rete a maglie larghe messa lì per impedire agli uccelli di entrare. Quando capita impazziscono alla ricerca di una via d’uscita. A seguire un fanale rivolto verso l’alto del monumento, il bordo è smangiato dalla salsedine producendo delle escrescenze bianchicce.

All’imbrunire la pietra locale riverberà nella luce degli ioduri il tono dorato della propria materia. Una pietra generosa di cui tutta la città è intessuta. Poi la ringhiera in ferro brunito, pannelli giuntati a trama verticale. Infine la città. Vista da quassù sembra una città mediorientale, bianca, densa, bassa a meno di un campanile una cupola una ciminiera, una babele e un labirinto sfumati all’orizzonte, un’atmosfera coloniale e mediterranea.

È una città che in passato ha tratto dall’accoglienza del diverso la cifra della propria riconoscibilità. Ogni posto è molti posti, infine quello che ciascuno di noi costruisce dentro di sè. Appena che i frammenti si ricompongano.

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