Dar voce all’architettura attraverso l’immaginario simbolico “Il genio della leggerezza” – di Gianna Panicola

“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio”. (Italo Calvino)

Ci sono cose che nascono attraverso un disegno (progetto), crescono attraverso la costruzione/narrazione (approfondimento), vivono attraverso il movimento (progetto esecutivo). È il movimento che dà anima alle forme, ai corpi, agli oggetti architettonici e permette la veicolazione rapida della conoscenza. L’oggetto architettonico nato dal disegno e documentato dalla fotografia, è limitato alla staticità propria del suo essere, prima di tutto, progetto e costruzione. Per rendere concreta la rappresentazione del movimento in architettura e introdurre la dinamica spazio-temporale, propria dell’immagine in movimento, l’architetto Antonio Mauro, ha fatto ricorso al linguaggio cinematografico, potente mezzo di comunicazione visiva e strumento di indagine dello spazio. A divenire struttura portante della cinematografia (video mapping), è un immaginario simbolico fantastico, che incarna e inscena “il genio della leggerezza”.

Il percorso progettuale proposto da Mauro, si articola attraverso 5 fasi in logicità sequenziale: origine, costruzione, evoluzione, risultato cinematografico, risultato grafico espositivo. L’origine è affidata al disegno, al tratto che delinea, segna con chiarezza e attinge alla verità della rappresentazione. L’aggiunta del colore partecipa al processo evolutivo dell’immagine e alla sua attualizzazione. Antonio Mauro crea un universo fantastico, “leggero”, in movimento, che si libra nel cielo, in contrasto con la pesantezza della realtà. Un po’ come Cyrano de Bergerac che stimolato dalla forza di gravità, ha inventato una serie di sistemi per salire sulla luna. L’astro della leggerezza, in Mauro, è forma e luce, in alcuni casi assume sembianze umane, sembra voler parlare con i personaggi dell’immaginario, in altri si nasconde dietro ad una torre o ad una nuvola. 

La luna “nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo”, scrisse Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane, nel capito dedicato proprio alla “leggerezza”. La luce fisica, lunare, pittorica, diviene nel risultato cinematografico finale, “energia, materia che si muove a grandissima velocità”, elemento centrale della costruzione dello spazio filmico. Lo spazio architettonico, propriamente fisico, in questo caso la parete centrale del Chiostro del Baglio Florio del Parco Archeologico di Selinunte, verrà ridefinito e ricreato dallo spazio pittorico e dallo spazio filmico, attraverso la proiezione del video mapping. Tre spazi distinti corrispondenti ad altrettante tre diverse fasi di elaborazione, si trasformano in unità, mantenendo un perfetto equilibrio, grazie all’abilità registica. 

Architettura e cinema tessono un rapporto interdisciplinare che si è consolidato nel tempo e che ha influito sul cambiamento della società contemporanea. Entrambi si servono di varie professionalità ed entrambi indagano e rappresentano la dimensione spazio/temporale pur con determinate differenze. 

Nell’immaginario simbolico di Antonio Mauro, caratterizzante la sua produzione artistica dal 1980 ad oggi, sono i cavalli e gli eroi sognatori, gli acrobati sonnambuli, gli azionatori del meccanismo ad orologeria scandito dal tempo, mettono in moto una dinamica, trainano il carro del sole, si librano nel cielo. Come nelle fiabe medievali, i cavalieri si lasciavano guidare da cavalli magici perché animali della mente e conoscitori della giusta strada. Le torri che svettano e oscillano nell’aria, sono elementi architettonici-simbolo del tempo. La torre-orologio-faro è costruzione immaginaria senza nessun accesso, come la “grande torre” (1913) dechirichiana imponente che si innalza verso il cielo, con la differenza che in Antonio Mauro, si libra nell’aria e fa da elemento di equilibrio, di accordo, di scansione temporale, di faro e di guida. Attraversa il cielo, segnando con le lancette il tempo e lo spazio indefiniti. Ci invita a guardare lontano attraverso l’immaginazione che è libera creazione. Altro elemento architettonico direzionale, come la torre ma d’ingresso e di apertura, è la Porta Nord e la Porta Sud con i suoi sontuosi guardiani, abbigliati secondo i dettami della moda barocca di quel tempo. Si muovono con fare leggero e cadenzato, nel dinamismo inarrestabile bachiano dei violini, spinto da una interminabile forza energica. Il Concerto brandeburghese n. 3 – I mov. di Johann Sebastian Bach, è impetuoso e travolgente, un alto concentrato di virtuosismo, di colori e di forme in continuo movimento. Nella sua versatilità ritmica e contrappuntistica, nella sua preziosità timbrica, riesce a rappresentare la lievità e la leggerezza, il meccanismo a scansione spazio temporale e allo stesso tempo è senza tempo, supera ogni epoca ed è aperto a qualsiasi fascinazione.

Secondo Renzo Piano “la leggerezza bisogna averla dentro, perché non è solo un fatto fisico, è un fatto mentale e anche filosofico”.  Per Antonio Mauro, la coscienza è leggera come una farfalla, simbolo segreto della metamorfosi corporea e della magica trasformazione dell’anima, sin dall’antichità. Rifugge dalla pesantezza dell’oggi per incarnare il genio della leggerezza del domani.

https://reboc2.blog/2018/11/21/la-materia-del-vuoto-2/ 

Progettazione macchina scenica e regia mapping
Antonio Mauro

Testi di
Gianna Panicola

Direzione Fotografia
Antonio Mauro

Scelta musicale
Claudio Forti

Montaggio Video
Guglielmo Lentini

Rivisitazioni
Vincenzo Luongo

Allestimento espositivo a cura di
Antonio Mauro e Gianna Panicola

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