Quotidiani italiani e architettura – di Guido Aragona

Non si capisce per qual motivo, quando nei giornali italiani si parla di qualsiasi argomento viene consultato il critico, l’esperto, o almeno il giornalista specializzato, e quando invece il tema sono l’architettura, o le trasformazioni urbane, in atto o in progetto, no.

Per quanto riguarda le trasformazioni urbane, di solito il compito di scriverne è affidato ad un cronista della cronaca cittadina, il quale in genere si serve esclusivamente di comunicati stampa e al massimo vaghe interviste ad interessati o esperti, il tutto fornito e precotto dai cosiddetti “stakeholders” pubblici e privati direttamente coinvolti. Praticamente, pubblicità.

Per quanto riguarda mostre, premi, convegni, coccodrilli e simili (che una volta venivano detti da “terza pagina”) è sempre meno utilizzato il ricorso all’esperto del giornale. I grandi giornali internazionali sono soliti avvalersi allo scopo di critici di prim’ordine. I nostri giornali, anche quelli con maggiori pretese culturali, ben di rado. 

A riguardo nei giorni scorsi è stata notata la recensione della mostra su Aldo Rossi in corso a Padova, apparsa sul Foglio lo scorso 15 settembre, a firma di Michele Masneri, di cui leggiamo nel profilo autore: “È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama “Addio, monti”, non c’entra con l’ex premier …” 

Dato il profilo, non ci stupisce leggere un simile incipit, che almeno risparmia la lettura delle righe successive: “Aldo Rossi è stato per l’architettura italiana quello che Lucio Battisti è stato per la musica leggera. Stilisticamente attardé come tutti gli intellettuali italiani fondamentali (da De Chirico a Pasolini), ha imposto le sue forme da classico cartoon metafisico pop alla nostalgia di un tempo irrimediabilmente perduto. E gli anni Settanta furono proprio il decennio della nostalgia …)

Naturalmente non interessa qui criticare l’autore dello scritto, né commentare nel merito la fantasiosa scelta di incardinare su Lucio Battisti il pezzo sulla mostra di Aldo Rossi. Ha fatto quel che ha potuto (a parte la facilmente evitabile definizione degli anni ’70 come “il decennio della nostalgia”).

Ma sembra doveroso rammaricarsi del fatto che i direttori di giornali commissionino questi pezzi a persone che non hanno idea della materia di cui scrivono. A dispetto dell’abnorme numero di laureati di architettura in Italia.

Un ennesimo segno del degrado italiano, che si manifesta nell’incuria riguardo ai temi dell’architettura e della città, trattati con meno riguardo che le canzonette o i talk show.

Lo so e lo dico: è molto colpa degli architetti, del loro idioletto, fra i peggiori che la lingua italiana abbia, forse anche peggio del burocratese: l’orrendo e pretenzioso architettese. 

Però, le cose stanno cambiando, anche in questo campo. Non fo per piaggeria, LPP su questo ha avuto un influsso positivo.

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