#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – MAGGIO 1969 – di Arcangelo Di Cesare

Nel mese di Marzo 1970 si apriva a Osaka, in Giappone, il cantiere per la futura expò; il costruendo padiglione Italiano portava la firma dello Studio Valle che aveva vinto il concorso. Molti, e tra questi la rivista, che ne diede ampio risalto nel fascicolo di maggio 1969, avrebbero voluto vedere realizzato il progetto presentato dal gruppo capitanato dall’Architetto Maurizio Sacripanti. 

Era un progetto dotato di una straordinaria originalità cristallizzata, nell’immaginario di ogni architetto, nella sua prospettiva dall’alto realizzata da un giovane Franco Purini che fu il primo, a Studio Sacripanti, a capire che il progetto si poteva rappresentare solo guardandolo dall’alto.

Concepito come percorso espositivo dinamico, il padiglione era formato da due parti uguali, una ruotata di 180° rispetto all’altra che comprendeva due piani espostivi sospesi e una doppia serie di sette lame circolari di dimensioni decrescenti. Queste lame, azionate da sistemi pneumatici, si muovevano in modo indipendente l’una dall’altra, generando spazi interni ed esterni sempre diversi, anche per il flettersi e il tendersi del mantello esterno realizzato in plastica.

I due temi, tanto cari a Sacripanti, la variabilità delle forme e la modificabilità dello spazio qui sono indagate e sviluppate in maniera sublime. Più che nella facciata vibrante del grattacielo Peugeot e più della dinamica platea del teatro lirico di Cagliari, sarà nella proposta di Osaka che il movimento diventa la chiave per l’interpretazione di una nuova architettura dinamica, in cui allo spazio statico si contrapporrà lo spazio dinamico del movimento. Una sorta di architettura intesa come organismo vivente che si muova nello spazio e si trasformi nel tempo a seguire dei passi del fruitore.

Nel suo libro “Città di Frontiera” è possibile ritrovare tutti gli elaborati grafici e le descrizioni approfondite che dimostrano come questa sua poetica visionaria fosse strettamente correlata a una rigorosa ricerca tecnologica e legata a doppio filo con la concreta possibilità di realizzazione.

Il progetto non vinse il concorso perché quello pensato dallo Studio Valle garantiva maggiore affidabilità di poter essere realizzato nei limiti di tempo e di spesa previsti.

Lui chiosò in questo modo: “…uno spazio che si muove può significare un Paese che si muove. Forse il paese non vuole muoversi, dopotutto….”

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