La sensuale asessualità dei Sanaa – di Einar Kajmaku

Kazuyo Sejima e Ryūe Nishizawa sono il linguaggio urlato attraverso gli occhi di un rigore formale e intimista, grazie al presupposto della negazione del godimento individuale.

I loro progetti sono sintomatici di un chiaro distacco dal voyeurismo moderno e dall’autocelebrazione ossessiva dell’egoismo. I Sanaa rendono chiaro sin da subito come il taglio dato ai loro progetti non vuole essere un’esaltazione della tecnica portato al suo eccesso, portato fino al godimento, ma anzi, appositamente scelgono la tecnica per potersi distaccare da ciò che per loro è più caratterizzante, l’interiorità del proprio essere segno. Ovvero ragionare coi sentimenti.

I loro progetti urlano una chiara interiorità manifestata attraverso un sapiente lavoro dello spazio in quanto interiorizzato il godimento, quale azione sapiente che smuove il piacere, incanalano quest’ultimo in una sfera più privata e domestica, staccando con rigore il piacere inteso solo come godimento voyeuristico. La chiusura verso ciò che comprime l’intimità non vuole essere anche una chiusura relazionale, ma anzi, vuole essere isolamento dal chiassoso contesto linguistico nella quale ogni loro oggetto va a posizionarsi. Questa architettura relazionale è ben visibile nell’uso degli spazi concepiti attraverso modelli tridimensionali, nella quale l’interno è l’interiorità. La Garden and House è la chiara espressione di come la forza architettonica di ogni segno progettato non debba per forza essere urlato, ma che attraverso l’uso sistemico del silenzio integrato ad un concezione inclusiva del vivere l’ambiente si possa creare un manufatto capace di dialogare con la nostra parte più esclusiva, senza però dimenticarsi che questa architettura relazionale può esistere anche grazie attraverso il vivere gli spazi come una successione di linguaggi parlanti l’uno con l’altro, camminando attraverso essi, per poter riuscire ad avere un dialogo con il piacere inteso come gioia nel godere di qualcosa senza bramosia di possesso.

L’uso degli arredi è carattere determinante in questa concezione intimista dello spazio poiché gli arredi vanno non solo ad occupare un vuoto, ma sono il collante del linguaggio che si manifesta attraverso il matrimonio tra la spazialità e gli oggetti che compongono lo spazio. Questo matrimonio crea un susseguirsi armonico nel quale il bianco, non solo estetico, con il nero, inteso come peso all’interno della complessità spaziale del vuoto, danno forma ad una successione di bianco e nero, di pieni e vuoti, capaci di dar vita ad una vellutata armonia silenziosa in grado di saper emozionare il nostro “IO” più inconscio, senza per forza cadere ogni volta nel godimento del piacere.

Ed ecco che grazie a questo sapiente uso dei sentimenti ragionati, i Sanaa ci portano al cardine dei loro progetti, la condivisione dello spazio. Condivisione intesa nella sua piena potenza linguistica, perché intesa come condivisione degli spazi sia interni che esterni, infatti è facilmente intuibile come l’uso delle spazialità, per quanto concerne il progetto di case, sia un carattere distintivo di come la condivisione se impostata sin dall’inizio della progettazione porti ad una chiara sfumatura tra spazio esterno e spazio interno, poiché vivere la casa comporta viverla nel suo insieme di dentro e fuori. Tutto questo è la conseguenza di un semplice problema materiale, un’oggettiva mancanza di spazio.

Oltre a questa condivisione nel suo senso più ampio è bene intendere la condivisione dello spazio anche da un punto di vista domestico, poiché il lavoro sugli interni è normale conseguenza del lavoro fatto in precedenza sulla negazione del segno, inteso come vincolo, tra interno ed esterno. Di fatti non può essere altrimenti se il condividere la spazialità porti ad una lettura dell’ambiente in cui la sua fruizione è una fruizione a tutto tondo da parte di tutti i compenti che dialogano con esso.

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