Il nutrimento dell’architettura [2.21] – di Davide Vargas

Prendo la metropolitana regionale ogni giorno, 50 minuti ad andare e 50 a tornare. Non è un peso, anzi. È un tempo di lettura, di pensiero e di osservazione. Molte costruzioni di frasi dalla mia testa finiscono poi nei racconti che scrivo per il giornale. Come molte fisionomie, gesti, particolari dei corpi e degli sguardi. Ma questa sera la carrozza mi sorprende. È completamente vuota e molto pulita. Non capita mai. 

Il pavimento di gomma sembra brillare e riflette le strutture come in uno specchio. Sono vecchi vagoni, eppure in queste condizioni e con queste luci, le strutture esili verticali e orizzontali, i sediolini di plastica lucidi, i finestrini tra un vagone e l’altro e tutto il sistema di rilevatori fumo, freni di emergenza, griglie di aerazione, tutto questo armamentario sembra…cosa sembra? Una capsula da ricerca sull’abitazione degli anni settanta. O un film di fantascienza degli stessi anni, quelli che quando li rivedi sorridi per l’ingenuità. O un’installazione di geometrie, prospettive, fughe. E più ti avvicini a precisare la sensazione e più capisci che quello che conta veramente è solo il miracolo di “guardare” le cose senza che scorrano via.

Così guardi, noti e subito ti parte la fantasia e la memoria, fai collegamenti e ti lasci andare alle suggestioni. Saranno pure forzate o spericolate, ma cosa importa? Per un breve istante hai costruito una personalissima Realtà. E non è cosa da poco, è quello che siamo chiamati a fare.

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