Ex Africa. Storie ed identità di un’arte universale – di Massimo Locci

La straordinaria mostra ‘Ex Africa’ al Museo Civico Archeologico di Bologna, curata da Ezio Bassani e Gigi Pezzoli, mette in luce le relazioni, le influenze e le intersezioni tra la ricerca artistica europea e quella africana. Nelle nove sezioni vengono analizzate le singole opere come esito di un principio estetico, individuando stili, tecniche, scuole, autori e correnti; quindi  come espressione tipica dell’Arte e non solo manufatti di interesse antropologico o etnografico.  

Il sottotitolo ‘Storie e identità di un’arte universale’ spiega molto bene l’approccio dei curatori: conoscere per riconoscere. L’approccio universalistico evidenzia la interscambiabilità delle discipline, quindi vengono riconosciuti metodologie e linguaggi comuni a tutte le ricerche espressive (musica, danza, arti visive) ma anche matrici poetiche individuali dei singoli artisti. 

Considerando che le conoscenze tecniche e i lineamenti stilistici, spesso raffinati e complessi come nelle fusioni e negli intagli, venivano trasmessi nella ‘bottega’, per discendenza diretta o per frequentazione con i maestri, si possono riconoscere una tradizione e una continuità nella ricerca espressiva di scuola, qualità formale condivisa e comunione d’intenti. 

Non creazione anonima e asistematica, quindi, ma una operatività consapevole. L’allestimento applica ed esalta le risultanze del metodo interpretativo dei curatori, che loro definiscono proposte di “nuove frontiere della ricerca sull’arte africana: l’antichità di quelle manifestazioni e l’identificazione di alcune “mani dei maestri” e con una sezione di indagine sull’estetica diversa del vodu, un’arte accumulativa impregnata di sacralità nel suo persistente divenire”.

Di queste opere si è, da alcuni anni, riconosciuta la originalità della ricerca, distinguendo con chiarezza i processi ispiratori e il pensiero magico-religioso o sociale che le sottende. Pertanto ora si definiscono sculture a tutto tondo, incisioni di grande e piccola dimensione, bassorilievi (intagliati, fusi, dipinti) sia quando si fa riferimento a maschere, a figure ieratiche e votive, a stigma distintivi di rituali e di potere, sia quando rappresentano oggetti d’uso o, strumenti musicali,  o semplici monili. 

Dalla mostra emerge, inoltre, una diversa accezione del concetto stesso di tradizione in quanto non si è mai trattato di forme e istituzioni immobili, ma, al contrario, da sempre sensibili alla storia, ai cambiamenti, agli incontri, e, inoltre, curiose, aperte e pronte ad accogliere le forze e i poteri che giungevano da altrove”.

Le aree culturali sono molteplici, considerando che si fa riferimento a un continente e a un arco temporale lunghissimo, che parte dall’undicesimo secolo, attraversando le culture dei Dan, dei Tellem, dei Dogon, dei Baulè, dei Fon, degli Edo, dei Fang – Betsi, dei Bantu  fino alle espressioni contemporanee. Non irrilevante è anche la contaminazione tra materiali e tecniche locali con forme e produzioni di alto artigianato, commissionati per secoli dai colonialisti europei.

I linguaggi africani, come è ben noto, hanno profondamente influenzato la ricerca delle Avanguardie Artistiche del Novecento: Picasso, Braque, Modigliani, Matisse, Klee, Schidt-Ruttluff, Pechstein, Kirkner, Man Ray, hanno tutti dichiarato esplicitamente l’influenza della cultura africana nella propria poetica. Tutto ciò è esplicito nella sezione l’Europa guarda l’Africa; ma è evidente anche nella parte dedicata alla Arte di corte, dove è presente una selezione di sculture della città-stato di Ife in Nigeria, così eleganti ed essenziali da esser definite di “fidiana perfezione”.

Nella mostra e, in genere negli studi di settore, è, viceversa, meno indagata la relazione con il mondo dell’architettura occidentale nel suo complesso. Sono ovviamente note le influenze dell’esperienza coloniale, gli adattamenti e le ibridazioni  tra modelli formali e tipologie costruttive autoctone, ma meno chiara è l’eventuale influenza degli impianti urbanistici e delle architetture africane nella moderna visione dell’architettura. 

Per Le Corbusier, che aveva viaggiato a lungo nel continente africano, la sintesi del linguaggio moderno è in perfetta linea con quella dei linguaggi africani: linee astratte e rigorose, rapporti calibrati, essenzialità. Chiama Purismo, non a caso, la sua corrente/sodalizio artistico con Ozenfant. Ma l’influenza della cultura architettonica africana in Le Corbusier si può rintracciare anche nelle doppie facciate con brise-soleil e nelle sue opere informali (Ronchamp, Firminy, Padiglione Philips).

Molti altri architetti, in particolare nel secondo dopoguerra, hanno operato in Africa cercando approcci espressivi contaminati; tra gli altri  Ernst May, Oscar Niemeyer, Fernand Pouillo, Heinz Fenchel e Thomas Leiterdorf, gli italiani Renato Severino e Fabrizio Carola, e in questa fase storica Emilio e Matteo Caravatti, Tamassociati, Matteo Ferroni,  Tomà Berlanda, Arturo Vittori, Camillo Magni (presidente di Architetti senza Frontiere Italia), Enzo Eusebi, Emanuele Santini-Masa Studio. 

Il titolo della mostra bolognese fa esplicitamente riferimento a Plinio il Vecchio, che nella sua Naturalis Historia scriveva “Ex Africa semper aliquid novi”. Sono certo che qualcosa di nuovo arriverà all’architettura contemporanea proprio dal continente africano, la cui vivacità è già palese nelle ricerche di David Adjaye Francis Kéré, Mokena Makeka, Jo Noero Mariam Kamara, Kunlé Adeyemi-NLE’, A4AC Architects, Studio [D] Tale,  Local Studio, Thomas Chapman.

In copertina: Man Ray, Noire et Blanche, 1926, Fotografia new print del 1980 Collezione privata, Courtesy Fondazione Marconi, Milano© The Museum of Modern Art, New York Scala, Florence©Man Ray Trust by SIAE 2018

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