200 Storici e Architetti scellerati – di Alessandra Muntoni

Scrivere un libro su Manfredo Tafuri, o raccogliere una serie di testimonianze e di scritti su di lui, è molto difficile. Orazio Carpenzano, coadiuvato da Marco Pietrosanto e Donatella Scatena, ha affrontato coraggiosamente questa difficoltà e ha costruito un volume che raccoglie trenta saggi, dal titolo Lo storico scellerato, appena uscito per i tipi di Quodlibet. Proprio questo titolo, che riverbera quello che Tafuri aveva dato al capitolo dedicato a Piranesi nel suo libro più diffuso, La sfera e il labirinto, ci spiega intanto due cose. Non è possibile, per il momento, parlare di Tafuri se non con le parole di Tafuri; in secondo luogo, dello storico romano qui s’intende vagliare più che il metodo storiografico, la valutazione dell’architettura e della città.  

Da questo punto di vista, risultano molto utili le testimonianze di chi ha frequentato la Facoltà di architettura insieme a lui, chi ne ha condiviso la vita e l’amicizia, chi ha partecipato allo Studio AUA, chi ha ascoltato le sue lezioni o ha collaborato con lui per iniziative culturali. Mi pare, allora, che impariamo molto da ciò che scrivono Giusi Maria Letizia Rapisarda, Giorgio Piccinato, Lucio Valerio Barbera, Vieri Quilici, Enrico Fattinnanzi, Gianni Accasto, Alfredo Passeri, Piero Ostilio Rossi, Alfonso Giancotti, Franco Purini. Ma bisogna anche riconoscere l’acutezza e l’accurata documentazione degli scritti di tutti coloro che hanno tentato di ricostruire il suo pensiero, i suoi obiettivi, le sue indicazioni storiografiche. A questo scopo sarebbe stato però indispensabile il contributo, almeno, di Massimo Cacciari, Giorgio Ciucci, Francesco Dal Co, Peter Eisenman.

La questione di fondo sta nella validità della critica dell’ideologia che Tafuri applica a tutti i soggetti sui quali indaga storicamente, dal contemporaneo alle avanguardie fino al Rinascimento. Molte, allora, sono le domande alle quali dobbiamo ancora rispondere. Dove le diagnosi di Tafuri si sono dimostrate profetiche e dove invece si sono infrante di fronte a ben diversi scenari? Non c’è qualcosa di metafisico nello stesso Tafuri, nella sua nostalgia di assoluto, o di quella che chiama l’“inattuale purezza”? È davvero impossibile perseguire la politica delle cose, piuttosto che soggiacere all’angoscia per la perdita dell’unità, della congruenza, della organicità del mondo? Oppure, anche correndo il rischio di essere “patetici”, non vale sempre la pena di sondare la spinta creativa della crisi, piuttosto che aspirare alla rivoluzione permanente e, constatato che gli architetti non possono farla da soli, dichiarare l’irrilevanza del loro lavoro? Si può ipotizzare che una cultura alternativa non sia sempre e soltanto fuori dalla realtà, che un impegno civile ed etico non sia anch’esso solamente falsa ideologia? Ma non è proprio questa la sfida che ci lancia Tafuri? Infine, non è obbligatorio per gli architetti, non so quanto scellerati, continuare ad indagare sui propri strumenti di lavoro piuttosto che considerarli inutilizzabili e obsoleti, o peggio inesorabilmente invischiati nelle strategie del capitale globale, o del Game? 

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