Finalmente è stato demolito il ponte Morandi – di Daniel Screpanti

La demolizione del ponte Morandi potrebbe ricordarti (o insegnarti) tre cose:

1- il simbolismo è una componente fondamentale dell’architettura e l’apparato simbolico dell’architettura può anche essere una cosa sola con la sua struttura fisica e il suo programma funzionale. Pensa per esempio al tumulo di cui scriveva Adolf Loos lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, in cui riconosci che è sepolto un uomo; pensa all’edificio descritto da Robert Venturi in Learning from Las Vegas che ha letteralmente una forma a paperino perché al suo interno si vendono anatre a Long Island; pensa al ponte di Riccardo Morandi a Genova in cui gli stralli sospendevano la campata “ardita e immensa” tra le pile 10 e 11;

2- il simbolismo dell’architettura è evidentemente soprattutto un’azione comunicativa verso l’esterno esercitata dalla rete di funzioni, spazi e segni dell’architettura stessa. Ciò indipendentemente da quanto l’apparato simbolico possa essere monumentale, o se preferisci radicale, o capace di costringere nel suo campo di forza strutture fisiche e programmi funzionali, o di legarsi più o meno intimamente a loro, o di separarsene strategicamente come avveniva (e forse avviene ancora, chissà) nella strip di Las Vegas, popolata da shed/capannoni con facciate decorate e insegne luminose sulla strada, o come accade ancora oggi, con altre forme più stratificate, lungo le strade-mercato italiane, la Statale Adriatica per esempio;

3- se l’azione comunicativa verso l’esterno è ciò che caratterizza i simboli, inclusi gli architettonici, i simboli sono forme che generano racconti, costruzioni di senso nella centrale elettrica che caratterizza soprattutto gli uomini, dal collo in su e talvolta anche per l’uso che ne fanno. E i racconti sono cose animate, sono messe in scena che hanno una loro vita, una propria traiettoria esistenziale oltre che uno specifico spazio vitale (una scenografia?) da cui in parte dipendono.

Ora questo aspetto non è secondario se vuoi capire il perché di quel “Finalmente”, sentito in tv, e che tanto ti dà fastidio (oppure ti solleva) e che ho appositamente citato nel titolo di questa riflessione: la vita dei simboli, il lavoro della rete direbbe Bruno Latour (il vero network è il “work of the net”), può riservarci racconti che promettono la felicità, o storie che ci piombano nell’inferno.

Inutile aggiungere altro, forse. Ma ci sono notevoli implicazioni per un architetto del 2019 di fronte al cambiamento di direzione che ha subito il racconto del ponte progettato da Riccardo Morandi a Genova. Il passaggio del ponte dall’essere promessa di futuro al rappresentare l’incubo del passato senza più futuro, non dice semplicemente che tutti sono troppo emotivi, ignoranti, selvaggi, amanti della distruzione, creduloni, populisti ecc. ecc. e che all’estero sanno valorizzare meglio di noi spendendo più di noi ecc. ecc. e che il turismo ecc. ecc. e che i politici ecc. ecc. e che i media ecc. ecc. e che io lo avevo detto ecc. ecc.

Forse non ho saputo presentare un progetto di racconto simbolico, una narrazione alternativa a quella che inevitabilmente il ponte stesso ha iniziato a diffondere, dopo la tragedia del crollo.

Perché? Perché non ho guardato a sufficienza il racconto del ponte, ma ho osservato solo il ponte.

Robert Venturi lo avrebbe spiegato così: “È il simbolismo dimenticato della forma architettonica”. Proprio quello che dimentico sempre di pensare e di progettare, perché le mie prospettive di senso per un luogo partono dalla città e finiscono nel cucchiaio con cui mescolo il caffè.

(Foto Afp tratta da https://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/19_giugno_28/genova-demolito-ponte-morandi-958fbe24-9978-11e9-8b1c-f8f873f23524.shtml?refresh_ce-cp)

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