Partecipazione e illusione d’arte & architettura anni ‘70 – di Eduardo Alamaro

La città è fatta di incontri e dispersioni, di allontanamenti e riavvicinamenti. Di diaboliche sparizioni e sante occasionali apparizioni: Ave Maria, come va? Che fai qua? Da quanto tempo non ci vediamo? Ti trovo bene … scusa devo andare, … alla prossima: vado ‘e PresS/T!!! 

E’ la città a sorpresa, per questo è bella e varia la città-bus, salvo scippi e borseggi. Chi va, chi viene; chi sale, chi pepe; chi scende, chi attende. Chi Godot, chi non Godet mai, una vita tutta in salita, da paesini arroccati sulle montagne delle zone interne e interiori del mondo. Ma anche lì non scoraggiatevi: Dio c’è! (e anche la PresS/T per farvi compagnia). 

C’è chi marca (il biglietto) e chi si smarca, chi fotte e chi si sfotte. Varia umanità stretta tutta qua. Avanti c’è posto e c’è pasto. Chi controlla il controllore della vita? Non si sa. Forse il caso …

… forse fu il caso e il casotto, appunto, che nei giorni scorsi mi hanno fatto incontrare il mio vecchio amico Rocco, docente che fu poi sindacalista della CGIL/ Scuola, negli anni ’70 – 80. Ora si dedica a vari studi sulla città di Napoli e meritoriamente cerca di mantenere viva la memoria di quella stagione di lotte e “d’impegno” attraverso la conservazione e la promozione di materiali “minimi”: volantini ciclostilati, manifesti, testimonianze ecc …  relativi a varie tematiche.

“L’Alfasud nella stagione dei movimenti” è una di queste memorie collettive in progress, che si possono vedere e scaricare dal sito “Archivio Foria”, pubblicazioni. 

Rocco mi ha chiesto di collaborare con un mio “ricordo” da pubblicare in uno di questi quaderni “della memoria”, centrandolo molto “sull’esperienza del negozio/chiesa di via Fratelli Bandiera a Pomigliano d’Arco e sulla presenza dei padri gesuiti di lotta e sul rapporto con gli operai e con la fabbrica.”

Mi sono appassionato al tema e sono andato a mettere le mani, con qualche fatica, in uno vecchio scatolone con a lato la scritta “Pomigliano”, quella “mia” di quegli anni lontani, pre Di Maio. Prima che mi passasse ‘o ggenio ho rivisto quanto gli avevo già spedito a suo tempo. Il testo sta più o meno nello spazio che mi ha assegnato. Certo io scrivo in modo più fantasioso di un sindacalista o un rispettabile professore. Ma che ci posso fare? Non sarà facile, credo, che passi il vaglio questa mia testimonianza degli anni 1975 – 77. Meglio allora che ne rimanga traccia in questa PresS/T. 

AAAA…. Alamarcord. Ricordo bene “l’Alfasud nella stagione dei movimenti”. E suoi immediati dintorni d’area metropolitana vesuviana ribollente. Ricordo, gli anni ’70 e “L’altra Pomigliano” con il “negozio/chiesa”. Cioè il laboratorio polifunzionale urbano tutto-fare di via Fratelli Bandiera, w l’Italia operaia! 

Ricordo i gesuiti, gente veramente in gamba di “Palazzo Coraggio”, che coraggio! Ricordo l’Architettura in potenza movimentista. Speranzosa, colta nel vivo delle lotte e delle dinamiche sociali antagoniste. Improbabile ma affascinante mix tra popolare e linguaggi d’Avanguardia svaporata, aspirazioni mie giovanili. Illusorie, suggestive, talvolta efficaci. Come l’esperimento di Leo de Bernardinis e il teatro di Marigliano.

Ricordo l’anziano e rigoroso padre Gaetano Iannaccone di Lauro (AV), che era stato missionario gesuita per trent’anni in Cylon e che era il responsabile di quello strano “convento” di Pomigliano. Allocato in un normale appartamento al primo piano di un moderno condominio di speculazione. Con sul retro il locale-negozio a piano terra di via Fratelli Bandiera, cuore pulsante nel sociale, fatto di molteplici attività h. 24 dei gesuiti. Che non erano distinguibili dai normali cristiani e povericristi. Niente respingimenti e porte chiuse. Viceversa, accoglienza di dispersi metropolitani, già allora numerosi. Collante, religio. Amen.

AAA … Alamarcord Rolando, che era il più “prete-operaio” del gruppo dei gesuiti; lavorava per le “150 ore” e aveva un taglio più marcatamente politico, più sindacale, caratterialmente più duro, da “maledetto toscano” qual era; io lavoravo invece con Michele Maglie, che era pugliese, del leccese, duttile levantino, di una decina di anni più grande di me. Eravamo molto in sintonia, molto in simpatia umana, molto amici. Lui era santo, io diavolo. Lui retto, io scor/retto. Di quel gruppetto di gesuiti (il quarto era Italo, silenzioso, studioso, appartato, di Ischia), Michele era quello che stava più immerso nel sociale diffuso e “spicciolo” quotidiano di Pomigliano, a latere della fabbrica, sul territorio pulsante vesuviano ribollente. 

Cioè in quello strano spazio socio-antropologico posto tra nuova fabbrica industriale e antica campagna dai ritmi millenari. Di operai ne conobbi tanti, con le loro famiglie e storie complicate. Non erano mai diventati veramente e unicamente “industriali”; erano rimasti, per buona metà della loro testa e comportamenti, contadini e piccoli artigiani di servizio. A loro servizio, innanzi tutto. La catena di montaggio totale fordista, la fabbrica-territorio della produzione-consumo, non era ancora operativa del tutto, a Pomigliano del 1976-‘77. C’era ancora in mezzo lo spazio del sacro quotidiano diffuso. E i gesuiti si inserirono in quello spazio poco indagato. E io con loro, a mia speranzosa insaputa. Con l’arte e l’architettura. 

AAA… Alamarcord che con Michele lavoravo alle scuole popolari, al doposcuola, in tante attività, … in  quello spazio sociale di Via Fratelli Bandiera, chiesa/laboratorio; poi alla Cooperativa di “Artigianato e Pronto intervento d’arte”, che in quel locale inventammo, (e poi spinsi ad arte sociale, fino alla Biennale di Venezia, per merito di Enrico Crispolti, di recente defunto, una prece, una PresS/T p.v.); quindi diventammo ponte e utile sponda di salvataggio per minorenni a rischio del “Filangieri” di Napoli (ce li affidava il tribunale, il Ministero di Grazia e Giustizia), e tantissime altre cose sempre più a rischio. Sempre più senza rete di protezione, senza copertura. Tutto da inventare. Tutto veramente affascinante quella città e quella architettura possibile. Rivelatasi col tempo im-possibile ….  

Michele l’avevo conosciuto al rione Traiano di Napoli, quando – giovanissimo – cercavo di fare il professore di educazione artistica alla scuola media Marotta II, dal ’71 al 73, per sostenermi (economicamente) all’Università. Non era facile insegnare, dovetti inventare una didattica ad hoc (signo vinces). Cominciai così a prendere contatto col fuori-scuola, con le famiglie di quegli studenti, con la realtà del quartiere; con gli scantinati, con i cattolici, con le lotte per la casa e per i servizi che allora mancavano del tutto. E in quella realtà erano attivi questi singolari gesuiti. Lì rividi Riccardo Dalisi, incontro fatale! Stop, pausa d’architettura …..

Ripresi poi i contatti con Michele Maglie dopo la laurea nel ‘74, dopo la mia “Scuola-laboratorio”, di buon successo; e fu proprio per continuare quella esperienza che lo seguii a Pomigliano d’Arco, dove i gesuiti s’erano dovuti installare a seguito della “cacciata” dal Traiano da parte dell’allora vescovo di Pozzuoli ….. 

La situazione di Pomigliano era allora molto effervescente e affascinante, proprio sul versante che a me interessava studiare, standoci dentro, s’intende. In quel mix indefinito tra fabbrica e campagna, tra antica cultura vesuviana e nuova eruzione operaia. Slogan ritmati di lotte “ammiscati” con canti contadini reinventati. 

Non era tanto importante per me il risultato formale, ma il percorso intrapreso; l’ansietà di ricerca nel sociale, … il travaglio conscio o inconsapevole, … per un punto d’incontro mediano tra frammenti della fu avanguardia e la cultura popolare residuale, tema allora molto sentito e vissuto. Ricordo un giovanissimo Marcello Colasurdo alle prime armi, pre-Zezi … e ricordo anche la vittoria delle sinistre alle amministrative del ’75, anche a Pomigliano. L’inizio della fine: tra fare opposizione e fare buon governo c’è sempre un gap. E Pomigliano confermò la regola ….

AAA… Alamarcord che Rolando la domenica celebrava la messa lì, in quel negozio di via Fratelli Bandiera che diventava per l’occasione chiesa, assembla eucaristica. Insieme a tante altre funzioni, da polifunzionale tuttofare. Ci mettevamo attorno al tavolo, mensa-altare. La riflessione sulla pagina del giorno del Vangelo era comune e comunitaria. Qualcuno leggeva il testo, quasi sempre lo leggeva un amministrativo dell’Alfa, un bresciano, mi pare; poi Rolando dava la sua interpretazione del testo, spesso attualizzata nelle lotte …; poi passava la parola agli altri, a noi … tutto era molto interessante e sorprendente per me. Così prendemmo tutti parola, forza e azione nel sociale.

La qual cosa era l’obiettivo (e la pratica condivisa) anche della Scuola popolare che avevano attivato a via Fratelli Bandiera, sempre in quel locale a piano terra. In particolare io curavo la parte della espressività e dei laboratori di animazione & produzione. Disegnare si può, esprimersi si può. Nun è peccato non saper disegnare! Si può progettare la città! Illusione si, ma bella. In quel tempo, in treno, andando verso Torino per uno dei nostri scambi culturali, conobbi don Ciotti del gruppo Abele. Ne rimasi molto impressionato. 

La “Cooperativa artigiana e pronto intervento d’arte” nacque così come un gioco. come conseguenza di questo lavorio della scuola. L’avviammo, la costituimmo legalmente dal notaio, l’inaugurammo poi ufficialmente l’8 febbraio 1976. Ci fu anche un pubblico manifesto grafico. Per attivare le pratiche produttive possibili in loco, ci appoggiavamo sempre a quanto già esistente, nel concreto e immediatamente concretizzabile. Ci estendemmo via via da Pomigliano fino alle masserie della vicina Somma Vesuviana dove attivai un nucleo di rilancio ricamo, tutte con ragazze molto laboriose, in attesa di matrimonio e “sistemazione”…..

Questo perché Michele Maglie il gesuita aveva avuto, credo per mancanza di preti, anche la cura della chiesa dedicata a Santusuosso, (San Sossio, ndt), località di campagna di Somma Vesuviana. Ricordo che attivammo anche un laboratorio di marmo a Pomigliano, … e cercammo di animare molti altri rami d’artigianato di servizio, (idraulica, elettricità) che non curavo io, però. La nostra pratica e metodo di lavoro era fortemente attrattiva e contagiosa, un appiglio per le esangui istituzioni, per una loro possibile legittimazione nel sociale, per … 

Stop. Ho riempito di Alamarcord il foglio A4, carattere 12, messomi a disposizione. E poi mi sono anche intristito ricordando quella remota stagione d’illusione pararchitettonica giovanile nel sociale di partecipazione …. dove tutto sembrava possibile, una atmosfera magica, irripetibile. Mai dire mai, però. Non si sa mai.

Alla prossima, Eldorado

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