Notre-Dame – di Massimo Locci

L’incendio di Notre-Dame del 15 aprile non ha bruciato solo il tetto e la guglia della Cattedrale di Parigi ma, anche, molta della credibilità della nostra disciplina e di molti architetti che, a distanza di poche ore dall’evento, ne avevano già formulato ipotesi di ricostruzione.

Complici i render che danno l’impressione di concretezza a idee progettuali che, al massimo, potrebbero essere descritte a voce, come pure intenzionalità, noti e meno noti progettisti (perfino “maestri” dell’architettura contemporanea) rappresentando realisticamente e con parvenza di compiutezza tecnica la propria soluzione, hanno indirettamente svalutato la propria ricerca e vanificato il senso del nostro stesso operare. 

Senza conoscere la consistenza dei crolli seguiti al rogo, né le condizioni statiche delle strutture, o aver effettuato verifiche storico-critiche, rilievi e analisi sui materiali, tutti hanno rappresentato soluzioni accattivanti e di facile comunicazione. Nessuna proposta è frutto di una elaborazione compositiva alta o di un pensiero progettuale che si ponga oltre la soglia delle idee preconfezionate, da manuale automatico della modernità, con dettagli e materiali scontati, come quelli normalmente usati per un qualsiasi edificio contemporaneo. Le ipotesi, in alcuni casi, si differenziano solo per lo stile/linguaggio di riferimento di ciascuno studio.

Le proposte sono, quasi tutte,  basate sull’uso indifferenziato del tetto trasparente in vetro, che mostra la struttura a vista. In alcuni casi sono state ipotizzate, perfino, banali soluzioni alla moda come le serre bioclimatiche, le gallerie urbane con alberi o come i laboratori scientifici per misurare gli effetti dell’inquinamento. Per non parlare delle ipotesi di ricostruzione più o meno fantasiose della flèche, la guglia di 44 metri progettata da Eugène Viollet-le-Duc nel XIX secolo.

Il dibattito che è seguito nella rete è stato, altrettanto, sconcertante perché non si è andati oltre il ‘mi piace/non mi piace’. Quasi nessun commento è entrato in modo approfondito nel merito di come intervenire su un monumento così complesso; quindi sulla necessità di acquisire, preliminarmente, consapevolezza del suo valore storico, simbolico e spirituale.

Al cospetto di un complesso architettonico di tale importanza, con infinite stratificazioni e rivisitazioni, vengono meno le consuete teorie del restauro. Si richiede non solo il necessario rispetto delle preesistenze, ma nuovi approcci e sistemi di misura nell’intervento. 

Il tema della ricostruzione della cattedrale di Parigi, anche se parziale, pone nuovamente al centro del dibattito disciplinare molte questioni irrisolte di natura  teorica ed estetica, nonchè di tecnica del restauro e di memoria storica. ”Una memoria che –afferma Olimpia Niglio – riporta lo sguardo sul valore umanistico dell’arte e dell’architettura, quindi sulla creatività dell’uomo, senza la quale nulla sarebbe possibile”. 

Un’architettura, con una storia così rilevante e incisiva nella cultura europea da più di otto secoli, richiede maggiore consapevolezza critica e strategie culturali di più alto profilo. In sintesi si richiede di comprendere/acquisire integralmente e non superficialmente la lezione di Eugène Viollet-le-Duc, la cui visione ha improntato l’attuale teoria del restauro e dell’intera architettura moderna. 

Alcuni dei progettisti, per sostenere le proprie idee gratuite, hanno solo fatto riferimento alle sue celebri affermazioni contenute nel ‘Dizionario storico di Architettura’ (1832), tra le quali la possibilità di ”ripristinare l’edificio in uno stato di compiutezza che potrebbe non essere mai esistita”. 

L’ardita ipotesi di Viollet-le-Duc, però, era frutto di molteplici elaborazioni espressive e di ragionamenti filosofici/estetici complessi e motivati. Approcci che dovrebbero essere sempre al centro di un corretto intervento architettonico e, a maggior ragione, in casi di restauro in quel sito e su un’opera tanto importante e amata, come dimostrano  le donazioni senza precedenti, che ammontano a circa un milione di euro.

Se per un verso è estremamente positivo che si voglia bandire subito un concorso di progettazione, che può accogliere tutte le ipotesi d’intervento (dal ripristino integrale della copertura fino a una immagine completamente nuova), per altri versi sembra prematuro in assenza di studi approfonditi. Mancando anche una  adeguata consapevolezza procedurale, sarebbe meglio rimandare le scelte, magari ipotizzando una soluzione temporanea in attesa che maturino valori, principi e sensibilità pari a quelli espressi nel XIX secolo da Eugène Viollet-le-Duc e da letterati e artisti  del calibro di Victor Hugo o di Jean-Auguste-Dominique Ingres.

Le scelte, quindi, non sono né facili, né semplici. Se la parte crollata di Notre-Dame, d’altro canto, venisse fedelmente ricostruita, usando gli stessi materiali (si stimano circa 1300 querce stagionate non facili da reperire in tempi brevi) e un medesimo manto di copertura,  le tecniche esecutive sarebbero comunque diverse da quelle antiche e, quindi, ci troveremmo di fronte a una replica, a una mancanza di verità tettonica; scelta ritenuta inaccettabile già 150 anni fa. 

Le citate proposte, estemporanee e ben poco meditate, hanno in parte vanificato anche il lavoro faticoso di tanti studiosi che, da anni, si battono contro il diktat del ricostruire in tutti i casi e sempre “dov’era e com’era”, del ripristino a tutti i costi, del falso storico. Involontariamente, forse, e per eccessiva smania di protagonismo, hanno fornito frecce efficaci ai tradizionalisti e ai conservatori. 

Georges Braque affermava che “l’arte è fatta per turbare, la scienza per rassicurare”: nella ricostruzione del tetto di Notre-Dame auspicherei anche una componente scientifica; sulla guglia le maglie potrebbero essere più larghe, ma le soluzioni devono essere effettivamente espressione di un’arte di alto livello, escludendo  le forme gratuite e provocatoriamente  contrapposte alla preesistenza.

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