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Una generazione eroica (Beppe Ermentini 1919-2003) – di Marco Ermentini

Forse è giunto il tempo di approfondire lo studio di quella generazione nata nei primi venti anni del Novecento che, dopo le traumatiche esperienze di guerra ha saputo far rinascere, nel bene e nel male, l’architettura del nostro paese. La formazione, per prima cosa, avveniva all’interno delle Accademie di Belle Arti e poi nelle nuove facoltà di architettura. Questo fatto, che ora si è perso completamente, conformava tutti i progetti concepiti sempre in rapporto stretto con le altre arti: pittura e scultura. Il dopoguerra era caratterizzato dall’ottimismo e la professione comportava un grande lavoro concreto con moltissime costruzioni non sempre di ottima qualità ma, se paragonate a quanto successo poi, sicuramente migliori. Certo, gli architetti erano pochi e gli artigiani capaci erano molti ma queste architetture dopo più di mezzo secolo resistono benissimo al trascorrere del tempo.

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato i 100 anni dalla nascita di mio padre: Beppe Ermentini (1919-2003). Una personalità plurale con tanti interessi e un arcipelago di attività le più disparate: architetto, pittore, poeta, collezionista, pasticcere, presidente di museo, filatelista a livello mondiale. Dopo la guerra (2 anni in prigionia in Germania) riprende gli studi al Politecnico di Milano e si laurea in architettura. Collabora con Gio Ponti di cui è allievo e inizia una lunga (oltre cinquant’anni) attività di architetto. La sua ampia produzione è caratterizzata dalla capacità di dialogare con le preesistenze senza rinunciare all’impiego di nuove forme e tecnologie. In particolare si appassiona al restauro realizzando più di 100 interventi d’importanti monumenti.

Ogni generazione si fa carico del mondo e lascia la sua indelebile impronta in maniera simile. Ho avuto la fortuna di conoscere la nuova generazione di architetti (nati dopo il 1989) e, credetemi, non c’è paragone con le precedenti soprattutto con la mia vecchia dei baby boomers. Non è sbagliato paragonarla a quella eroica ” grande generazione” di nati, come mio padre, all’inizio del ‘900 che ha conformato tutto il secolo. Se non saremo così ciechi da impedirglielo, anche nel nostro martoriato paese i millenials costituiranno i veri buoni germogli che matureranno nel futuro e che determineranno l’auspicata rivincita del progetto.

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