presS/Tletter
 

Metamorph. Ricerche, opere e progetti – di Massimo Locci

La mostra e il convegno sullo Studio Metamorph alla Casa dell’Architettura di Roma consentono di fare alcune riflessioni su alcuni temi di ricerca, che il gruppo romano ha portato avanti a partire dagli anni ‘60 e che li poneva in linea con le più interessanti coeve esperienze internazionali. 

Gabriele De Giorgi, Alessandra Muntoni e Marcello Pazzaglini fin dagli anni della formazione hanno inteso il metamorfismo in termini sistemici (la loro prima monografia del 1977aveva come titolo: Città come sistema di servizi), facendo interagire  la psicologia della forma (la Gestalt che sintetizza i valori della percezione e dell’esperienza fruitiva) con la linguistica e la semantica dell’arte, non a caso sono alcuni dei temi fondanti delle Avanguardie storiche e delle Neo-avanguardie degli anni ’60 che sono sempre stati al centro dei loro interessi. 

Le teorie della Gestalt, introducendo nella percezione della realtà  una valenza comportamentale  aveva avuto risvolti innovativi già negli anni ’20. Successivamente, implementandosi con lo studio della sfera psichica e dei processi percettivi (reali e virtuali), aveva fornito agli architetti importanti strumenti operativi: il progetto dello spazio urbano e architettonico diventa una modalità d’interpretazione del mondo fenomenico, ma anche congegno di trasformazione culturale, dispositivo di azione politica e sociale.

Per Jaques Lacan “l’inconscio è un sistema che lavora ‘morficamente’, cioè come i sogni, ma non pensa”; pertanto la struttura spaziale va riferita al soggetto (in opposizione a una struttura oggettiva) e viene concettualizzata in termini di ‘topologia della differenza’.

La fusione dei due indirizzi crea complessità metamorfica, ritmi spazio-temporali, “pattern di relazione” (“Un pattern metamorfico per la città” è il loro primo progetto pubblicato sulla rivista Marcatrè nel 1966), architettura manieristicamente de-centrata. 

Metamorfosi concepita, dunque, come valore percettivo e psicologico dello spazio, come interrelazione tra macrocosmo e microcosmo, come interscambio tra ruoli e significati, come mostra dei diversi campi specifici con cui, a livello strutturale, s’integra.  In termini più strettamente architettonici ciò significa trasformare il processo metamorfico in molteplicità e complessità, in polidirezionalità, in compenetrazione e contaminazione della forma. La ridondanza semantica non è mai fine a se stessa ma rappresenta una trama, una rete sistemica che contiene strategie artistiche (morfologie complesse e cromatismi), sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica. 

“Il rifiuto scrive Bruno Zevi nell’Espresso nel 1972di un sistema fisso di riferimento, di ogni ideologia statica, significa pluridirezionalità, pattern di relazione basati su una geometria non elementare ma percepibile nel tempo. Il contrario della confusione-caos che edifica sull’equivoco: il segno architettonico è tridimensionale, sintetico, combatte la città polverizzata ma, escludendo soluzioni univoche, è autocontestativo, spezza la schematica tipologica, moltiplica le alternative, bilancia la maglia urbanistica con la scala architettonica, e infine arricchisce lo spazio con un dirompere di pause fantastiche”.

Nell’introduzione al convegno Flavio Mangione cita esplicitamente la rivista d’avanguardia OASK (anagramma di kaos e di Kaso) che affrontava i temi del pensiero aleatorio, del Manierismo, della Dis-identità e un testo di Gabriele De Giorgi (pubblicato su Metamorph – architetture 1965/2003) che delinea uno degli approcci fondanti del gruppo: “Caos e metamorfosi sono temi costanti delle strategie del pensiero contemporaneo. Possiamo registrarli sin dagli anni sessanta nell’atteggiamento di filosofi, architetti, studiosi che, parallelamente ai mutamenti della città, hanno svolto analisi ed elaborato proposte inclusive delle categorie della trasformazione nella conoscenza del mondo attuale”.

Tra le varie domande che i relatori hanno posto ai tre progettisti una merita di essere approfondita e riguarda esplicitamente la ‘damnatio memoriae che li ha riguardati e, in genere, di un’intera area culturale che ha sposato i temi dell’Avanguardia. Ricerca poco sostenuta, negli ultimi decenni del secolo scorso, dal mondo accademico (affascinato dall’ortodossia rossiana e postmoderna) e dall’editoria specialistica, che ha pubblicato prevalentemente opere con un approccio poco sperimentale e, quasi sempre, concentrate nel nord Italia dove, non a caso, hanno sede le riviste stesse.

E’ sintomatico che la cancellazione dal dibattito contemporaneo ha accumunato tanti bravissimi progettisti italiani (segnatamente romani, fiorentini e napoletani), pur molto noti negli anni ’60 e ’70 anche all’estero: sia la generazione di Pellegrin, Sacripanti, Perugini, Passarelli, Palpacelli, Ricci, Savioli, Capobianco, sia quella di Cappai e Mainardis, Piero Sartogo, A.L.Rossi, Pica Ciamarra, Dezzi Bardeschi, Cocco, Benini e Metamorph. 

La riflessione, però, va anche fatta ribaltando l’interrogazione: perché un gruppo come Metamorph non è riuscito ad affermarsi a scala nazionale e internazionale come hanno fatto altri architetti, sia italiani, sia stranieri presenti in Italia negli stessi anni, fortemente impegnati sulla dimensione sperimentale e con approcci simili.  Faccio riferimento tra gli altri a Peter Eisenman, Daniel Libeskind, Steven Holl o ad Antonio Citterio, Michele De Lucchi, Massimiliano Fuksas.

Che cosa è mancato allo Studio Metamorph, che all’inizio comprendeva anche altri bravissimi progettisti come Paolo Angeletti, Maria Letizia Conforto e Gaia Remiddi, per acquisire una logica operativa e un’organizzazione capace di confrontarsi alla pari con le migliori firme internazionali?  Come avrebbero dovuto interagire con il mercato per ottenere quelle commesse importanti che, a livello teorico, erano stati capaci di concepire, anticipando molte esperienze attuali? E’ solo un problema di dimensioni dell’equipe e di organizzazione funzionale o, forse, è anche un’incapacità a immaginarsi oltre il recinto dell’atelier individuale e tradizionale, una limitazione ideologica che impedisce di immaginarsi anche imprenditori, una ‘forma mentis’ che antepone la dimensione artistico-creativa a quella performativa e strategica. 

Il ragionamento vale anche per tanti altri studi romani ( sia di loro coetanei, come Studio Labirinto, AUA, GRAU, STASS, sia più giovani come Nemesi, N! Studio, Jan +) che pur avendo ottenuto importanti premi e riconoscimenti proprio per la ricerca teorica e per la sperimentazione linguistica, sono inspiegabilmente spariti dal panorama architettonico contemporaneo.

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response