La Cattedrale brucia, l’Europa piange – di Alessandra Muntoni

Si potrebbe dire: i guasti del tempo e i guasti dell’uomo, riprendendo Victor Hugo e il suo Notre-Dame de Paris (1831): “È senza dubbio, tuttora, un maestoso e sublime edificio la chiesa di Notre-Dame de Paris. Ma per quanto invecchiando si sia potuta conservare bella, è difficile non sospirare e non indignarsi vedendo i guasti e le mutilazioni infinite che la congiura del tempo e degli uomini hanno inflitto al venerabile monumento, senza rispetto alcuno per Carlo Magno che ne aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che vi aveva posato l’ultima”. E per pagine e pagine Hugo li enumera tutti, quei guasti e quelle mutilazioni e deformazioni, imputando i peggiori non al tempo ma all’uomo e “in special modo agli uomini dell’arte, a quelli che in questi ultimi due secoli si sono arrogati il titolo di architetti”.

Ora che un incendio ne ha devastato la copertura, sbriciolato e fatto precipitare la Flèche di Viollet-le-Duc, ora che la sua navata principale è ricoperta dai detriti piovuti dall’alto delle volte, la gente piange. Teorici come Marc Augé mostrano la loro sofferenza di fronte allo scempio di una chiesa simbolo di unione di tutti i francesi a prescindere dalla religione. Attori come Gérard Depardieu inveiscono contro “la tragedia dell’incapacità”. Il Presidente Emmanuel Macron chiama a raccolta la Nazione e il mondo, promettendo la ricostruzione in cinque anni. Il gran rabbino di Francia legge un salmo insieme al rettore della Cattedrale. Il capo rettore della Moschea di Parigi accorre vicino al Monsignre e ai cittadini e prega per la Madonna. I magnati del lusso elargiscono somme ingenti per ricostruire la Cattedrale, così grande e così fragile.

Dopo l’incendio del Teatro Petruzzelli di Bari dovuto a cause almeno sospette, dopo l’incendio della Cappella della Sacra Sindone di Torino e quello del Teatro La Fenice di Venezia avvenuti durante la manutenzione delle opere, anche questo è stato causato dalla mancata sicurezza durante interventi di restauro della Flèche. Dovremmo ricavarne una lezione.

O far sì che il monumento non deperisca per mano dell’uomo, lasciandolo vivere nel tempo, finché può, fino a ridursi da solo in rovina meravigliosa, come Ruskin proponeva, oppure impadronirsi in modo finalmente responsabile degli strumenti scientifici della manutenzione e del recupero dei monumenti e vivere insieme ad essi con tutto ciò che essi sanno ancora insegnarci.

La prima strada è più facile, affascinante ma rasenta la irresponsabilità. La seconda è la più difficile, ma per l’Europa che piange è d’obbligo. Mi sento di essere una volta tanto ottimista e propendere per questa seconda via, convinta che sia anche la via dell’AIAC.   

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