Il nutrimento dell’architettura [2.20] – di Davide Vargas

Nella piazza un piccolo chiosco vende fiori. A pianta esagonale come una cassa armonica in miniatura, meno di un metro per lato, una corona di globi circonda il volume sotto l’aggetto della piramide di copertura protetta da una rete sollevata dove si adagiano le foglie dei tigli e i pappi piumosi che di questi tempi fanno starnutire i passanti. Sui pianali sono esposti i vasetti con le fresie, i girasoli, i tulipani, le gerbere e le rose rosse, la sera i pianali si ribalteranno a chiudere le campiture di vetro. Quelli superiori sono decorati tipo art nouveau. I riccioli di ferro battuto sono gli stessi delle mille verandine del Petraio o della Sanità.  Dal vaso di una fioriera pubblica più in là parte un intreccio di rampicanti che disegna un arco e si aggancia allo spigolo del chioschetto. Come la coda floreale di una cometa. Sotto un uomo lega su un tavolaccio nastrini colorati ai fascetti che la gente compra, un bouquet di delphinium e rose bianche ha il colore del mare azzurro increspato dalla spuma delle onde. Da queste parti hanno rimosso una fontana scultura di Ernesto Tatafiore e installato una specie di orrendo e ingombrante sarcofago di pietra per la raccolta dei rifiuti. Una scritta recita: “Il chioschetto dell’amore”. 

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