Bevete più latte, bevete più Le Corbusier – di Eduardo Alamaro

Un’opera, un luogo, una architettura, una donna, una relazione, una emozione, una narrazione. Tutto legato insieme nel fuggente ricordo della “bella giornata”. Scrive nell’ultima sua “opinione” Lpp: “Il bello non è nelle cose ma è un giudizio che esprimiamo sulla forma delle cose. È una nostra illuminazione, una nostra scossa ….” che scassa tutto l’acquisito e il cartaceo. Concordo e ricordo e scrivo.

Si chiamava Dominique. Era un angelo, bellissima, seducente, divina. Era distesa su una dormeuse o … o sulla prua di una nave vichinga issata per miracolo sui monti dell’Alsazia, tanti anni fa e … e io allora ero giovane, audace, friz/zante napolitano. Guerriero quasi-sante, col botto e col pronto ri-botto.

Era il 1976, scaldato al giusto sole caldo d’autunno francese. Era Dominique dentro un sogno moderno intrigante e migrante di progetto. Assolutamente neo-brigante, il mio. Lassù a Ronchamp, Francia, Europa, Mondo.

Sogno di una architettura santa, audace, colta, primitiva, strafuttente. Vietata ai minori e ai minorati dell’edilizia consueta prevedibile, assessoreata e codin-ficcata. Niente entrate di favore senza fervore in sif-fatta chiesa ad arte. Amen.

Sospesi gli abbonamenti, le tessere di favore, i Gloria al Padre e le Ave Maria con inclusi biglietti omaggio e sconti per il Paradiso. Dritti all’inferno quotidiano da qui si va. Oltre questa soglia santa solo messe cantate india-violate. Ora pro nobilis & pro-veri diavolis. Niente medi ceti purgatoriali.

La “mia” esclusiva cappella di Notre dame di Haut di Le Corbusier la ricordo così come potete vedete nell’immagine che sta pubblicata qui sopra. Miracolo del mio amico (e unico collaboratore volontario, a suo rischio e periculo) Silvio Sic. Colui che riesce sempre a dar corpo digitale ai miei scritti. Una lode aggratis esentasse ai suoi collages. WW Silvio Sic.

La “Notre dame dell’Architettura” di Le Corbusier è (e sarà sempre) per me, solo per me, la cappella di Santa Dominique, sempre sia laudata. Quella che vedete immortalata nel flash qui sopra, dormeuse con figura distesa verso destra, e poi a sinistra, nel flash di sotto, (riservate le altre posizione della santa).

Capitai a Ronchamp quasi per caso. Anzi no, retti-fico. Per assoluto merito di Dio onnipotente e del suo collaboratore e mio amico Michele Maglie, un uomo veramente affascinante tante, un interessante prete-operaio gesuita d’origine pugliese. Dal sottoproletario variegato del rione Traiano di Napoli, dove l’avevo conosciuto e molto apprezzato al tempo della mia “Scuola-laboratorio”, Michele era migrato -colla sua piccola comunità di gesuiti – a Pomigliano d’Arco operaia.

La sua innovativa testimonianza cristiana, aperta sopra tutto a infedeli o poco osservanti come me, non era infatti molto condivisa dall’allora vescovo di Pozzuoli che -per dirla sinteticamente- fece in modo di spegnere quel fuoco religio & religioso napoletano, contemporaneo e senza fronzoli di tradizione.

L’avevo poi io in-seguito (con devozione e azione) a Pomigliano d’Arco dove varammo una speranzosa e forse illusoria “Cooperativa d’artigianato e pronto intervento d’Arte”; feci poi parte della informale in-docenza di una “Scuola popolare” alla don Milani, riveduta, tradotta e corrotta al luogo pomiglianese sospeso tra la campagna morente e la fabbrica dell’Alfa-Sud (da qualche parte devo avere astipato i periodici “quaderni” che ciclostilavamo (che tenerezza!) …

… poi venne il rapporto con i pericolanti, gli esclusi e i reclusi in (momentanea) uscita dal carcere minorile “Filangieri” di Napoli, per i quali (e le quali), Michele inventò una ospitale “casa” d’accoglienza molto tollerante; la domenica si celebrava messa nella stanza tuttofare di un locale a piano terra in via fratelli Bandiera a Pomigliano. Messa semplice, lunga e intensa, sempre volontaria e mai obbligatoria, molto partecipata e sempre condivisa e riflessiva —

… quindi diventammo originale e anomalo riferimento in loco dell’M.C.P. – Italia (Movimento Cristiani per la Pace, sede di Pomigliano), una organizzazione europea molto accreditata nelle istituzioni, soprattutto nei paesi nordici, (Germania, Belgio e anche Francia …).

L’M.C.P. progettava, con l’ausilio delle sedi locali italiane, bilaterali scambi culturali internazionali, finanziati dal nostro Ministero degli Affari Esteri, d’intesa con analoghi soggetti attuatori europei. Scambi indirizzati a favorire, se non fratellanza, almeno una minor diffidenza tra culture e costumi dei popoli dell’Europa. Eravamo nel 1975, 25 anni prima della moneta unica obbligatoria.

Quelle nostre iniziative-ponte, di ricognizione-pilota, erano culturalmente centrate sulla nascente partecipazione et animazione sociale; tematica, quest’ultima, allora molto sentita e parlata. Nonché sulla conseguente curiosità verso una inedita progettazione ambientale. Non erano ancora all’orizzonte i tempi odierni del sovranismo, della diffidenza tra i popoli. Si Salvini chi può!

Il primo incontro ravvicinato di questo tipo progettuale, al quale partecipai, fu uno stage molto interessante avente come tema le strutture edilizie, culturali e sociali, del tempo libero & formativo, della città di Belfort e dintorni, in Alsazia. Full immersion di 10 giorni per 12 animatori e progettisti-sociali italiani.

Ne scrissi subito per la rivista “IN”, diretta da Pierpaolo Saporito, nel numero 14, aprile 1977, dedicato specificatamente alla “Cultura della partecipazione”. Altri tempi, altre tematiche, curiosamente però contemporanee e intrecciate agli “anni di piombo”, bang bang, che questo clima partecipativo e speranzoso seppellirono. Una prece, una occasione perduta.

L’interprete del gruppo, mediatrice linguistica tra italiani e francesi, era una giovane del luogo, di origine italiana, del bergamasco, mi pare, seconda generazione, perfettamente integrata ed addottorata. Ma la radice è radice, l’Italia è l’Italia e Napoli è sempre Napoli. Ragion per cui si stabilì subito molta simpatia con Dominique. E fu così che, complice un galeotto mezzo pomeriggio libero, con la sua macchina salimmo su a Ronchamp. Io e lei, che bello …

… che meraviglia, che gioia! L’avevo vista nei libri e nelle immagini tante volte, proiettata e parlata mille volte dai nostri docenti, ma l’emozione del corpo a corpo con la Cappella, fu grande. Oltre le parole, oltre il dicibile e il de-scrivibile. Rogers aveva scritto a suo tempo in “Casabella -continuità”, (n. 207/1955, nda): “… Ci si inerpica, e sembra proprio un Calvario, per il sentiero scomodissimo ritagliato tra i cespugli. Si arriva alla cappella sullo spigolo …”.

Nel 1955 era così come ben descrive Rogers. L’impatto visivo con le nuove forme del sacro era allora molto faticato, duro, tutto in salita, fatto di corpo e di sudore (anche ideologico). Bisognava inerpicarsi a piedi, su tratturi per capre e zoccoli di operai, come “pellegrini dell’architettura”, fin su quel cucuzzolo di montagna del villaggio dei minatori. Ma …

… ma – ironia della sorte del moderno ‘900 – proprio su quel remoto pizzo di montagna alsaziano, il laico, il razionale e lineare Le Corbusier, quello dei “cinque punti” e nessuna virgola e puntini sospensivi dubbiosi, aveva sparigliato le carte. Aveva girato pagina al suo e all’altrui lavoro paziente per la modernità.

Apriva così alla post/modernità. Accostava il diavolo magico con la purezza dell’acqua santa laica; il puro con impuro; l’alto e il basso; Canova e Kinowa; il dramma barocco con la farsa, forse. Apriva alla contraddizione palese e scustumata odierna. Crisi aperta anche per la nostra disciplina indisciplin-abile. Crisi non più occultabile, non più rinviabile: resa dei conti (in rosso). Libri in tribunale, tribunale di Dio.

Salendo da solo lassù, come l’airone Coppi sull’Izo/art, Le Corbusier aveva disperso il gruppo dei suoi inseguitori, dei suoi imitatori, seguaci e scolastici replicanti tanti. Cosi come faceva d’istinto (e con furbizia di mercato) Picasso in pittura e nelle arti plastiche. Entrambi vincevano per distacco. La classe è classe.

Esemplare di questo smarcamento è il disorientamento che traspare dalla lettura dell’opera che ne fece, a suo tempo nel tempio, Argan, sempre su “Casabella-continuità” (n. 209/1955, nda).

Così scrive il laico Argan intorno ad “alcuni argomenti morali dell’architettura”, titolazione del “pezzo” : “… Le Corbusier è di famiglia calvinista  e, personalmente, poco meno che indifferente in tema di religione; … lo conosco per architetto vivacemente interessato ai problemi sociali, e che ha speso molti anni e molto ingegno per rendere migliori le condizioni degli uomini; nulla, nel suo passato, poteva far sospettare che, sotto il rigore del razionalista, covasse il fervore del mistico.”

E poi, più avanti: “… Un processo siffatto tiene piuttosto del magico che del religioso, e questo spiega perché la costruzione evochi vagamente forme protostoriche; ma la mia mente, e la tua (Rogers), rifiutano certamente d’ammettere che un eventuale ritorno alla fede debba di necessità coincidere con un ritorno all’ingenuità dei primitivi.”

Il dibattito che si sviluppò a partire da quella cappella posta su un remoto cuccuzzolo di montagna, secondo il dotto Aldo Rossi: “…. anticipava i segnali di una crisi che poi, per diverse strade, si doveva sviluppare nell’architettura italiana ed europea. Nell’opera di Le Corbusier – prosegue – si individuano alcune nuove e pericolosissime tendenze, alcune prospettive (e turbative), alcune questioni insolute, tali da considerare precario l’avvenire stesso dell’architettura moderna”.

Ma tutte queste dotte carte io non le sapevo. Fortunatamente non le avevo ancora lette, nel 1976. Le ho letto dopo, a cose mie fatte e sfatte. Non lo sapevo, ma già in quel momento, a mia insaputella, stavo operando in quello che oggi si dice “il passaggio dal gelido “cartaceo” alla briosità del “neo-orale” mixato, gaddiano e gaddi-uso …

Il critico e l’architetto-critico, si dice oggi, con qualche ragione e religione, “non possono essere o sentirsi distanti”, ma dentro le cose e le case di cui si pre-occupano. Non devono sfuggire le tentazioni prossime al peccato. Devono toccare, penetrare, entrare nell’opera di Dio. Bevete più latte, il latte fa bene, specie se di montagna di Ronchamp.

Se l’architetto critico & criticabile vuole stare lontano dall’oggetto del suo interesse (e del suo desiderio), “corre il rischio di fare come fanno i preti con il sesso”, osserva all’uopo giust-amante Lpp. Aggiunge poi: “Se non è un pervertito, ne parla senza sapere di cosa si tratti”.

E io invece, amici miei ‘e PresS/T, so di cosa si tratta. E ne ho le prove: santa Dominique da Ronchamp mi salvò dall’accademia! Tutte le cose o-scene sono pure per i puri e per i semplici. Tutto il resto resta agli impuri e ai complicatori. W Notre dame di Haut e ‘a Maronna ‘ell’Arco, cu le colonne e le palle ‘a sotto.

AAAArrivammo così su in cima a Ronchamp, dicevo, ricordo, quel santo pomeriggio, con la carrozzabile. Comodamente, colla macchina sportivetta di Dominique. I tempi faticati di Rogers del 1955 erano evidentemente lontani. Il successo della Cappella santa, le esigenze dell’industria turistica del sacro relativo, avevano consigliato più più comodità. Un più facile accesso al luogo ….

Eravamo soli, io e Dominique (e Le Corbusier dall’alto). Non c’era altra anima viva, oltre il Padreterno sempre vigile e onnipotente. Camminammo su quel bel prato verde e ben curato, felici e momentanea-mente innamorati. ‘A vita è ‘nu muorzo e … e va morsa in fetta, finché ci sono buoni denti. Prima del declino inesor-abile dentario.

Entrammo nella cappella della Madonna: uno sconcerto e un concerto barocco, emozionate per me pro-veniente dalla Napoli sanfeliciana e vaccariana. La girammo più volte, la toccammo, la cappella. Carne, muratura nuda, senza veli, ruspante, AAArrapante. Il passaggio è qui sottile tra l’illusione barocca e l’illudere moderno. Forse dell’e-ludere ….

Ci sedemmo poi sulle severe panche: la luce, il sole filtrava per lungo dai buchi delle finestre strombate e asimmetriche, giocosamente distribuite ad arte sulla parete, coi vetri colorati dei finestrini …

Nel suo agile libretto “Les carnets de la recherche patiente 2”, dedicato a Ronchamp, Le Corbusier scrive “a caldo”, in versi e per versi molto sciolti: “La chiave / è la luce. / E la luce / illumina forme. / E queste forme hanno / una potenza emotiva / per il giuoco delle proporzioni / per il giuoco dei rapporti / inattesi, stupe-facenti / ma anche per il gioco intellettuale / della ragion d’essere: … struttura / astuzia, ardimento, / anzi temerarietà, …” (e giuoco sensuale, nda)

Ed ancora: “Il sole, la luna, gli uccelli, il pentagono convesso, il pentagono stellato, – nuvole, mare, meandri, finestre e due mani … / Gli uccelli hanno talvolta quattro ali, tutto dipende dal loro volo. Guardate, osservate! …” E Noi osservammo. Poi andammo fuori, all’aperto …

… ci distendemmo sul prato verde. Il sole del pomeriggio era caldo, l’odore dell’erba di montagna era piacevole e invitava all’amore universale e anche particolare. E io qui mi taccio perché …

… perché chiusi gli occhi e … e, alamarcod, toccai la mano di Dominique; toccai con mano la grazia di Dio, della madre Terra. Mi inondai di grazia. L’opera d’arte genera nuova arte; la bellezza genera altra bellezza; l’opera d’arte è sempre opera aperta a chi crede. E io Credo nel “crescete e moltiplicatevi nella bellezza momentanea”. Ripeto: ‘A vita è ‘nu muorzo! Mordila.

Poi mi addormentai, sognai, mi risvegliai. Ri-aprii gli occhi e – miracolo! – vidi la Madonna lì sopra il tetto dell’arca di Ron, ron – champ: vidi Dominique distesa tra il campanile e lo spigolo della nave della mia salvezza architettonica .….

Mi alzai, gridai: “Bevete più latte, bevete più Le Corbusier!” Fatevi tentare dalla grazia di Dio … e del dottor Antonio di Fellini in youTube.

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