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Via Nazionale – di Eduardo Alamaro

I luoghi, le case, le strade, le immagini, le scritte della città dell’infanzia ce le portiamo per sempre dentro. Camminano con noi. Sono immagini base. Ci fanno compagnia. Sono immagini-rifugio che emergono talvolta col tempo. Specie quando gli anni avanzano. E il tempo davanti a noi s’accorcia. Perciò scrivo questo post. 

Sono nato e ho abitato fino al 1960 in via Nazionale. Non quella famosa della “Banca d’Italia” e del Palazzo delle Esposizioni a Roma, scendendo verso piazza e palazzo Venezia, ma …, ma quella via Nazionale “minore” di Napoli, che stava proprio in asse con l’uscita laterale e “operaia” della vecchia stazione ferroviaria “Centrale”, proprio dove hanno poi fatto, all’inizio degli anni ’60, l’interessante edificio della “Borsa merci” di Capobianco, Dalisi, Pica Ciamarra. A mia insaputa. 

Quand’ero ragazzino quel varchetto era ancora aperto ed era una comoda entrata per attraversare “la Stazione”, per andare verso la grande piazza Garibaldi e il centro di Napoli. Quella mia popolare “via Nazionale” era allora abitata -in prevalenza- da ferrovieri, commercianti, impiegati e piccola borghesia. Oggi è irriconoscibile. 

Toponomastica-mente parlando era  veramente e dignitosamente  “Nazionale” perché asse e spina centrale di tante altre vie-città “affluenti” d’Italia: la scacchiera di via Genova, via Ferrara, via Padova, via Bari, via Foggia, via Brindisi, via Rimini, via Parma, via Venezia, via Aquila, e poi, andando oltre, verso Poggioreale, il carcere, il Pascone, il macello e il cimitero (che allegria!), ricordo che c’era anche via Zara, … forse anche via Fiume, che -appunto-  stavano oltre ‘o stradone (dove noi giocavamo interminabili partite di pallone); stavano oltre il gran Corso Malta, linea di confine d’Italia e del quartiere. Giocavamo già all’Estero, in trasferta. Unici sostenitori erano le sentinelle sulle mura di confine del carcere, sorveglianti dall’alto delle loro garitte. 

Insomma, sbariando curioso da ragazzino per il quartiere, io giravo l’Italia, giocavo all’estero, almeno leggendo le targhe delle vie, come un libro di geografia, materia che allora studiavamo (bene) sin dalle “elementari” post-fasciste, inno nazionale compreso e comprensibile. Roma capitale invece era lontana: via Roma era al centro di Napoli, verso San Ferdinando e la piazza del Plebiscito. D’Italia, s’intende. Sempre e comunque a partire da “via Nazione” e quindi dal prospetto principale della vecchia stazione centrale di Napoli, una di queste mie immagini rifugio “fondanti”. 

Dava, appunto, quella “mia” stazione centrale, su una grande piazza dell’800 “risanatore” e civilizzatore, con (quasi) al centro la grande statua di Garibaldi liberatore, in piedi, appoggiato alla sciabola come fosse un bastone. Il prospetto e i lati della monumentale stazione, un po’ come quella di Torino, erano scanditi ordinatamente, regolarmente, da archi classici montati su pilastri e colonne. 

Da ragazzino ci passavo quasi quotidianamente, mano nella mano di mio padre. Poi la lasciavo e correvo felice a vedere dalla ringhiera di ferro i treni sottostanti del passante della “direttissima” per Roma e/o quelli della metropolitana per Pozzuoli. Era un bel vedere futurista il mio, guardando felice i treni veloci da quel lunghissimo “finestrone” rettangolare posto livello di calpestio; “buco” oblato successivamente per fare la grande piazza della nuova stazione centrale degli anni cinquanta di Zevi, Cocchia, De Luca, Piccinato, Vaccaro. Anche qui a mia insaputa di piccolo residente.

Ricordo quei lavori, quel fervore edilizio fine anni ‘50. Potevo avere 10 anni e io mi recavo a vedere, questa volta da solo, (mio padre intanto era morto e mi aveva lasciato solo a scoprire la città), gli operai al lavoro sotto il sole di giugno – luglio. Ad agosto andavamo infatti “fuori”, in montagna, in villeggiatura, a prendere l’aria “buona” per l’inverno, riserva d’ossigenazione. Sbirciavo curioso il lavorio edilizio dalle fessure, tra un asse e l’altro delle staccionate di legno delimitanti il cantiere. E con me tanta gente guardava ammirata la Modernità in atto grande ferroviario. 

Ricordo che era gente partecipe al nuovo, ammirata, ingenua, fiduciosa del Progresso. “Sentivo” che Tutti, dico Tutti, volevano il Nuovo e seppellire per sempre il Vecchio, e con esso i guai, la miseria, la guerra da poco passata. “WW il sindaco Lauro”, si diceva, perché -secondo la vulgata e la percezione popolare- l’armatore Lauro aveva dato corpo e gambe a questo sogno di Modernità napulitana! W Lauro, w ‘o ‘rre, w il Partito Nazionale Monarchico.

Ma quello che mi attraeva e – al contempo – mi atterriva, stava in fondo alla piazza, passata la statua di Garibaldi, all’angolo di un edificio ad angolo di via Alessandro Poerio, andando verso Porta Capuana e “i Tribunali”. Era un grande cartellone pubblicitario montato (o stampato direttamente) su metallo, e poi curvato in modo tale da essere ben visibile da chi passava, da ogni lato. 

Era “a colori” che però, col tempo, col sole e colla pioggia, aveva perso la sua brillantezza “originale” ed era diventato come la stampa di un vecchio libro illustrato per ragazzi. Colori sbiaditi.  

Quel cartellone curvo pubblicizzava una birra i cui tanti boccali spumeggianti erano in entrambe le mani di (quello che a me pareva) un mostruoso cameriere bavoso bavarese, un “kellner” mezzo scimmione e barbarico. Questi avanzava velocemente verso di me, scendeva dall’alto, tanto che io riuscivo a vedere financo la suola della sua scarpa. 

AAA avanzava diabolico quell’orribile cameriere delle birre-sbirre, simile a un feroce mangiafuoco rossastro. Certo avanzava per calpestarmi, per mangiarmi. Orribile e satanica quella sua faccia nordica, barbarica, con quella sua bocca aperta che gridava: “Sto arrivando, sto venendo a prenderti, so chi tu sei, piccolino …” E … 

… e poi quei suoi capelli così strani, con i ciuffi dei basettoni che scendevano lungo il volto, e gli occhi stralunati, che orrore, che terrore, voglio il torrone!!! Per non dire di quel grembiule bianco svolazzante in primo piano che contrastava con il nero della farfallina al collo e col corpetto di cameriere dell’Inferno. Aiuto, aaaiuto!!! E io stringevo sempre di più la mano di mio padre, ma non gli dicevo niente delle mie paure, perché un maschio non deve avere paura, la paura è cosa da femminucce… 

La città dei bambini, dei ragazzi, degli scugnizzi, è un grande tema, poco indagato, che amo. Bisognerebbe sempre progettare da questo punto di vista “basso”, max un metro. Me lo fece notare un giorno il compianto Filippo Alison, architetto molto sensibile a queste tematiche percettive dell’infanzia: egli abbassò di proposito il punto di vista dello spettatore, in occasione di un suo bell’allestimento di una mostra sul tema di “Pulcinella maschera del mondo”. A Napoli, tanti anni fa, almeno trenta ..

Nel 1960 cambiai casa, ambiente e luoghi. Salimmo di livello abitativo, andammo su al Vomero, in una casa moderna, totalmente diversa da quella mia dell’infanzia ‘800 giù Napoli, dietro la Ferrovia, con quei stanzoni alti e larghi, mattonelle smosse e sonanti al mio passaggio; bagni e servizi con impianti approssimativi: nell’ingresso ci giocavo finanche a pallone e mio padre a Natale ci faceva un gran Presepe architettonico, con le colonne doriche di cartone a sorreggere la capanna santa, … 

… invece su al Vomero niente Presepe. Tutto era co-stretto e misurato al centimetro, tutto “razionale” e pulito, nuovo e igienico: tutta la modernità era a portata di mano, a portata di uno sciacquone, di un rubinetto dell’acqua caldo/fredda, di una doccia, di un bidè, di una vasca da bagno comoda, come nel film “Totò Tarzan”: che Civiltà! 

AAA al Vomero strinsi nuove amicizie e conoscenze nelle classi superiori; poi all’Università, il ’68 e … e quel “tipo” delle birre, puntuto, inquietante & affascinante della mia infanzia, giù a via Nazionale, non lo vidi più. Sepolto, rimosso, cancellato. 

Almeno credevo, ma, … ma un giorno andai a Milano con amici dell’Università, in macchina, un bellissimo viaggio con stanza d’albergo al centro-centrissimo e …. e ad un certo punto della sera, girato l’angolo, vidi uno strano edificio, mezzo grattacielo, mezza torre antica con dei gran puntoni che sorreggevano un gran cappello abitato…, una cosa nordica, goti-cosa, respingente e piena di gente, che qui chiamano Torre Velasca. 

Seducente, curiosa, insolita casa-torre moderna che avevo forse intravisto nei libri d’architettura, che forse avevo riposto da qualche parte della mia capoccia di studente ma … ma vederla così di botto, pararsi davanti all’improvviso, mi parve un sogno, un incubo, uno scenario da film horror o da cartone animato di Walter Disney, non saprei dire oggi, a tanta distanza di tempo. Tempo antico del mio moderno ….

Anzi si, lo so dire, alamarcord, ricordo: guardando bene quella Torre mostruosamente intrigante e s-brigante, …. cercando di penetrare coi miei occhi al suo interno, immaginando il padrone di casa di quella specie di Castello metropolitano di Dracula, ad un certo punto mi apparve, sovrapposto e/o a tratti intrecciato a quella strana “cosa-casa”, il cameriere bavarese, … il “kellner” mostruoso e urlante della mia infanzia alla Ferrovia; quello del gran cartellone della birra spumeggiante all’angolo di piazza Garibaldi a Napoli, anni ’50 postbellici del ‘900. All’angolo del mio Novecento che fu, strettamente personale. Senza nulla a pretendere e vuoto di vita mia a rendere. Stop.

Ho raccontato tutto ciò a Voi e al mio amico e unico collaboratore volontario (e rigorosamente non remunerato) Silvio Sic, il quale ha rovistato a modo suo nella cassetta miracolosa del suo computerone e … e in quattro e quattr’otto ha tradotto le mie tante parole in una sola immagine, assolutamente con-vincente. Almeno per me. 

Fatemi sapere, non mi lasciate solo nella torre d’avorio dei BBPR a Milano. 

 Saluti, Eldorado

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