Una presentazione del curatore del Padiglione Italia per la prossima Biennale d’architettura a Venezia – di Guido Aragona

Alessandro Melis è stato nominato curatore del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Architettura di Venezia 2020.  Si tratta di un outsider, un nome credo sconosciuto a molti, se non altro perché questo architetto cagliaritano, classe 1969, formatosi alla facoltà di architettura di Firenze, ha sempre svolto la sua attività accademica all’estero (negli ultimi anni, in Nuova Zelanda ed oggi Inghilterra), mi sembra opportuno farne una presentazione per chi non lo conosce.

Melis coniuga, nella sua ricerca e nella sua attività di architetto, il rigore della scientificità ad una visionarietà sia di scenari teorici che di immaginazione figurativa.

Per esempio, nel 2013, docente di Sustainable Design ad Aukland, diede agli studenti come tema di progettazione un insediamento urbano per uno scenario proiettato al 2050 secondo le previsioni di cambiamento climatico meno ottimistiche, cioè in presenza di un aumento di temperatura e di eventi climatici violenti e frequenti. Inoltre (e lì scatta la visionarietà) tali insediamenti avrebbero dovuto tener conto della mutazione epigenetica, dovuta alle alterazioni atmosferiche di una parte della popolazione, in Zombie veloci e aggressivi. Questa esperienza didattica è stata poi documentata nel volume “Lezioni dalla fine del Mondo” (D editore, 2014, con Emmanuele Pilia).

Il cuore della ricerca di Melis è dunque la sostenibilità delle strutture urbane e architettoniche, ma non intese come un fatto statico ma in vista di un adattamento “autopoietico” ai mutamenti climatici, questi ultimi attesi in base alle effettive proiezioni degli studiosi per i prossimi decenni in assenza di efficaci politiche di contenimento. Tema questo rilanciato di recente dalla manifestazione internazionale Fridays for Future

Questo approccio segna una differenza sostanziale con l’approccio “protocollare” alla sostenibilità, che si limita a fare rispettare, in un processo di progettazione ordinario, una serie di parametri prestabiliti in base ad indici puramente quantitativi. L’approccio di Melis coinvolge il costruito visto come organismo. La differenza è rimarcata nei disegni a mano libera di Melis, che risultano appunto visionari, ribollenti di immaginazione figurativa organica, sulla scia di Gunther Domenig o Coop Himmelblau, Asymptote (con i quali ha peraltro collaborato), e in linea con le ricerche figurative di H.Diaz Alonso, T. Wiscombe ed altri.

Sarebbe tuttavia un errore inquadrare Melis come un personaggio tutto teorico e visionario, un architetto teorico e “distopico”. Infatti, con lo studio Hierapolis21 svolge una concreta attività professionale, in cui, dalla vittoria di numerosi concorsi di progettazione negli scorsi anni sono in corso o quasi ultimati numerosi lavori pubblici di rilievo quali fra numerose altre il Palazzetto dello Sport di Riva del Garda, l’Ospedale di Neuropsichiatria infantile Stella Maris a Pisa, il campus Ex Guidotti a Pisa.

La scelta dunque sembra innovativa, in discontinuità con quelle degli ultimi anni, spesso centrate sull’establishment italiano che manifesta ormai troppi segni di autoreferenzialità e staticità.

Una cosa è certa: dopo la visita al padiglione il pubblico avrà ben chiara la differenza fra il “greenwashing” e la sostenibilità. Uno scritto di Melis rubato da Facebook: “Per quelli che pensano che il problema sia nella definizione. Chiamatela architettura, chiamatela ecologia, o non chiamatela proprio. Tanto non cambia: il problema resta la crisi climatica (e l’incapacità di dare risposta al problema). Per cortesia: non mi si risponda parlando del problema del green washing. La ricerca ci ha insegnato a distinguere le due cose. Parecchio tempo fa. E chi parla di moda, dopo il superamento delle 400ppm di emissioni di CO2 (per la metà dovute alle costruzioni), non se la prenda con me, ma con la matematica, e la fisica. E si ricordi che io non c’entro: quella moda l’hanno iniziata i fighetti come Galileo, Foley e Mann.

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