Scuole innovative – di Massimo Locci

Sono passati quindici mesi da quando il Ministero dell’Istruzione ha proclamato i vincitori del concorso per le cinquantuno ‘Scuole Innovative’ (concorso che aveva  bandito addirittura agli inizi del 2016) e da allora nessun cantiere si è aperto, nessuna progettazione esecutiva è partita, nessun contratto è stato firmato. Anzi, per quello che confusamente è emerso, si dovrebbe rincominciare da zero, poiché il Bando non è stato ritenuto conforme al Codice degli Appalti.

Eppure quel Bando aveva avuto una lunga gestazione (l’In/arch aveva invano suggerito una serie di variazioni), ci sono state addirittura due proroghe e un documento emesso successivamente alla sua pubblicazione (nota Reg. Uff. 0010127 del 5 agosto 2016, scaturita peraltro da un quesito di un partecipante). Tutto ciò durante l’espletamento del concorso e tutto, nonostante l’elefantiaco apparato tecnico e giuridico del MIUR, inutilmente.

 

La partecipazione al concorso è stata, come è noto, imponente. Sono state presentate ben 1.238 proposte ideative, oltre 3.000 professionisti coinvolti, 7.428 elaborati prodotti. C’era stato anche un contributo partecipativo da parte degli studenti delle scuole, chiamati ad esprimere preliminarmente le proprie esigenze, valutate poi da un’apposita Commissione.

Per fortuna (si fa per dire!) nel novembre 2017 il Ministero aveva raccomandato a tutti i partecipanti “di non procedere alla pubblicazione parziale o integrale delle proposte presentate fino al decreto di proclamazione”: forse qualcuno immaginava cosa sarebbe successo a breve.

I nominativi sono stati, comunque, ufficializzati ed è stato realizzato anche un volume che “contiene i progetti premiati nel Concorso di idee: per area geografica sono stati pubblicati gli elaborati grafici dei progetti classificati primo secondo e terzo, più gli eventuali progetti menzionati”.

Tutto quello che è seguito spiega eloquentemente le ragioni della crisi complessiva che, come nazione e come progettisti, stiamo vivendo.

Da allora, novembre 2017, si sono espressi in molti per fare in modo che si realizzino: istituzioni, associazioni culturali, singoli architetti. In particolare, a metà dello scorso anno, è intervenuto più volte il CNAPPC che, pur riconoscendo “il fondamento della tesi dell’ANAC – secondo cui ai vincitori non potrebbero essere affidati i successivi livelli di progettazione perché sul bando non erano specificati i requisiti che i vincitori avrebbero dovuto possedere per poterlo fare – ritiene che (…) dal Codice Appalti non si evince alcun obbligo di indicare nel bando ulteriori requisiti”. Peraltro il MiUR aveva scelto di non richiederne. 

L’azione del CNAPPC sollecitava l’ANAC a rivedere il parere sulla scorta delle precisazioni inviate, ma la risposta non è mai arrivata.

Successivamente il nuovo Governo ‘giallo-verde’, pur avendo impegnato nove milioni di euro per la progettazione delle ‘scuole innovative’, con vari dispositivi, tra cui il riordino delle attribuzioni di alcuni ministeri (DL 86 del 12 luglio 2018), ha cancellato sia la legge sulla cosiddetta “Buona Scuola” cui il concorso era connesso, sia  l’obbligo per il futuro di servirsi della procedura del concorso per la progettazione.

Il maxi-concorso per le ‘scuole innovative’ è risultato, quindi,  un gigantesco fiasco: i comuni se vogliono vedere realizzate le proprie strutture scolastiche dovranno indire una nuova gara o un altro concorso con altra giuria, possibilmente verificando prima il Bando con l’ANAC. 

Penso che i vincitori del concorso, che avevano proposto molte soluzioni architettoniche e impiantistiche interessanti, non parteciperanno a un nuovo confronto concorrenziale di idee. Sarebbe, infatti, una grande scommessa ancora una volta a carico dei progettisti: un nuovo impegno inutile per definire un nuovo impianto, che rispecchi la medesima visione spaziale e pedagogica (quello vincitore è pubblico e, quindi, identificabile), un ulteriore investimento economico a rischio totale (da stime attendibili per ogni concorso vengono spesi circa 5000 euro e, in questo caso, il costo si raddoppierebbe). 

Temo che, vista la grande confusione procedurale e l’incapacità dell’amministrazione pubblica di garantire la qualità delle proposte, molti altri bravi progettisti non parteciperanno e le nuove scuole continueranno a essere caratterizzate da carenza espressiva, impianti planimetrici scontati, aggregazioni banali. 

Come ho già avuto modo di scrivere su questa rubrica, bisogna reintrodurre la “categoria critica del bello” nell’edilizia scolastica, per ottenere architetture moderne e con forti caratteri identitari, in cui rispecchiarsi e identificarsi. “Esigete dagli architetti scuole e istituti bellissimi, civili, luminosi per i vostri figli” affermava Giò Ponti, affinché studiare e crescere in scuole brutte non sia un destino ineluttabile. 

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