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Rimozioni ed emozioni della Modernità, tra Roma-Luccichenti e Milano-BBPR – di Eduardo Alamaro

Confesso. Confesso a Voi lettori onnipotenti di questa PresS/T che io leggo e pecco sempre. Leggo e pecco sempre puntualmente & devotamente la sveltina di Lpp all’inizio di ogni santo numero ‘e PresS/T. Una opinione sempre ficcante, saettante, esemplare e con-vincente. Che invidio, che mi colpisce, zac! “Ma comme ffa?”, mi domando. Lpp fa sempre centro e va sempre a quota 100. Cento di queste sveltine, beato Lui. Beati Noi suoi lettori godenti! 

Ho letto ultimamente una sua “opinione” sull’eterna questione delle “Rimozioni”. Sulla dimenticanza e rottamazione di quei molto meritevoli che vengono cancellati dalle Ricordanze e adunanze illustri d’oggi perché … perché … che? (troppo lungo, taglio preventivo d’autore, nda) … perché è così, … bla, bla, perché ‘ndringhete-ndrà, mmiez’‘o mare (de la Modernità) … ‘nu scoglio ideologico ‘nce sta! 

Ma, è noto e notorius dai tempi viennesi di Freud, che la signora Rimozione, anche se la metti fuori dalla porta di casa, bussa sempre, toc, toc, alla stanza della Coscienza di questo mondo incosciente d’Architettura, specie quello fascinoso posto tra fascismo e antifascio vario all’ing/rosso. Si arrangi chi può … perché la Coscienza morde e non demorde, mozzeca, abbaia e ti fa star male dentro casa, nell’IN-conscio. E quindi o vai dal confessore (via economica) o (via onerosa) vai dello psicanalista. O ti spari. O ti metti su un barcone e te vai (a quel Paese, via da questa AAArchitettura nostra).

Rimozione infatti fa rima con Mistificazione, … e anche con la (supposta e variamente etichettata) Rivoluzione della Modernità. Che -ben vi sta-, è cosa trasversale, flessibile, adattabile ai vari governi e potenti, variamente dosabile nelle quantità, solubile anche in dosi omeopatiche simpatiche, sfusa e a pacchetti, tanto …. 

… tanto è vero che -a proposito della peccaminosa villa Petacci a Roma degli architetti “mal trattati” romani, Monaco & Luccichenti – si può affermare con Lpp  che: “… l’architettura moderna non la volevano solo le persone per bene, potenziali antifascisti, della buona borghesia del nord ma anche il generone romano, quello più compromesso e che aveva rapporti – come dire – più che intimi con Mussolini”.

Lpp cita poi i sommi Zevi ed Eduardo Persico; Corbu e Mies il quale, secondo il velenoso parere di Philip Johnson, “sarebbe stato il perfetto interprete dell’architettura del nazismo”, puro e nudo ariano, (ma forse questo posto era già stato occupato dal più ammanigliato e classico Speer, nda). In USA c’era più spazio d’azione e costruzione per Mies. Imperativo categorico per l’architetto che voglia fare overamente l’architetto-costruttore: “Fare, più che teorizzare”, aaaa…. ahinoi!!

Io non cito mai (di preferenza) i sommi testi dotti; vado per mercatini dell’usato dell’arte, architettura compresa; vado per butti ceramici ed edilizi; e-vado per biblioteche e archivi nei quali si conservano (anche) scritture “basse”: godibili relazioni di prefetti e questori su associazioni d’artisti e movimenti vari, sospetti turbatori d’Ordine. Artisti ricercati e sovversivi di quel tempo che fu, illusi!

 E vado (ed evado) anche per giornali quotidiani, per riviste settimanali del Passato che non passa, fortunosamente acquistate. Come il settimanale “Tempo”, qui da me già rigiocato a proposito di Bruno Munari del ’43, (vedi la Presst n. 5 / 2019, ndr). I 25 numeri che posseggo sono overamente una miniera della maniera e comunicazione moderna nel delicato periodo 1939 – 1943 d’Italia. 

Nel numero 27 del 30 novembre 1939, nella parte centrale della rivista, c’è -ad esempio- un ampio ed esemplare servizio informativo, lungo e largo otto pagine otto, (pp. 13 – 20) dal titolo: “La città in cura” che segue quello del numero precedente dal titolo esplicito: “La città malata”. Un uno/due magistrale, da pugile professionista: KO secco all’antico assetto urbano della tradizione in transizione. 

Bisogna aprire le finestre e far arrivare “Aria, luce e sole nella Casa”, come recita a chiare lettere la controcopertina della rivista “Tempo”. Tempo Moderno trasversale tra fascismo e antifascio. (Amintore Fanfani, indimenticabile ministro del Lavoro e inventore del Piano Ina-Casa, era stato addirittura docente di “Mistica fascista”). 

L’impaginazione e la cura del testo dell’articolo sono consequenziali all’assunto “igienico” di cui sopra. Sono spazi grafici esemplari, essenziali, funzionali, “squadrati”, senza sbavature e svolazzi grafici. Vanno dritti al punto, alla “cura” medica specialistica. (Passare poi dal medico di base per la ricetta condominiale, nda)

Sotto la titolazione “LA CITTA’ IN CURA” (p. 13) c’è una introduzione lunga circa cinquemila battute in corpo 8, che pochi avranno letto a suo tempo, credo. Tranne forse la coda, l’ultima speranzosa frase che chiude il testo: “Questa è la via della salvezza per la città di oggi ed ancor più per i cittadini e le città di domani”. Credere, obbedire e costruire la modernità postbellica. 

Chiarissima ed esplicativa la grande foto che sta sotto l’introduzione: quattro tecnici, quattro dottori della città, in rigoroso camice bianco che, armati di righe, squadre e compassi, operano su un gran tavolo di lavoro sul quale è distesa “la malata”, la città da (ben) operare. Pare una camera operatoria, con l’efficace ripresa fotografica dall’alto, come fosse una foto aerea di guerra. Anzi, già di cura dopoguerra….

Del resto proprio in quei tragici giorni la Germania di Hitler aveva invaso la Polonia e sognava di riordinare il mondo antico secondo la modernità del Terzo Reich. E pareva che fosse imbattibile, vinceva su tutti i fronti, ma si bloccò poi per sempre su quello orientale, sullo scoglio dell’orso coi baffi di Stalingrado …. 

Il servizio del “Tempo” (di guerra) del ’39, prosegue (pp. 14 e 15) con due splendide pagine centrali sulle quali campeggia la scritta: “Zone caratteristiche della città moderna”. Seguono sotto i quadri fotografici che con un solo flash dicono al lettore la “Produzione agricola”; la “Produzione industriale”; la “Distribuzione”; l’ “Educazione e Servizi”; l’ “Abitazione”; lo “Svago e Riposo”. 

Una striscia rossa dominante attraversa le due pagine a colori con la scritta: “COMUNICAZIONI” (cioè strade, treni, aerei, metropolitane, … e poi comunicazione attraverso giornali, radio, tv, reclame …). 

Nelle quattro pagine successive, pp. 18-19) si specificano i singoli temi dell’Abitazione; dell’Industria e commercio; dell’Educazione e Svago; delle Comunicazioni e Servizi. Alla fine del servizio, delle pagine-tavole c’è scritto, piccolo, corpo 6: “FOTOTESTO degli Architetti: G. L. Banfi, L. di Belgioioso, E: Peressutti.” Manca Rogers, ma fa lo stesso BBPR, gruppo maestro di comunicazioni e di autopromozioni. 

Sotto le pagine relative all’ “Abitazione” e all’ “Industria e Comunicazione” ci sono infatti due foto connesse a loro opere e idee, con la seguente didascalia: “Nuove zone residenziali lontane dalle vie di comunicazione, difese dal verde, bene illuminate, danno ai lavoratori di ogni categoria la gioia di vivere.” 

L’altra didascalia recita: “Uno dei migliori piani regolatori della città di Aosta, nel quale è studiata da giovani architetti la distribuzione degli edifici e della strada secondo il moderno concetto di zonizzazione.” I “giovani architetti” è il gruppo che firma l’articolo di quel “Tempo” del ’39.

I quali BBPR, come si sa, come ho letto nel passato in libri dotti, (ed ora nella comoda Wikipedia di massa on line): “… partecipano attivamente alla polemica sorta tra razionalisti e tradizionalisti e in un primo tempo, al pari di altri, ritengono di poter sostenere lo scontro per la libertà di espressione e per il trionfo dell’architettura moderna all’interno del Fascismo, ma dopo l’introduzione delle leggi razziali del 1938, che colpiscono anche un loro collaboratore, gli architetti del BBPR abbracciano i valori della Resistenza ….”. 

Stanno dalla parte giusta della Storia e dell’Architettura. Del resto il nodo problematico GUF-Littoriali della Cultura e dell’Arte (di costruire sistemi moderni), sta lì sovrano, culla della classe dirigente domani, insieme all’Azione Cattolica …

Insomma, lo stivale della Modernità d’Italia tra le due guerre è lungo nella forma, stile e moda, buona per varie taglie e drop, dal generone all’elitone, …, perché in Italia da sempre ci sono (e ci saranno sempre) i grandi sarti e gli stilisti “su misura”. Lpp all’uopo ben scrive: “… ogni linguaggio può essere declinato in infiniti modi e il rapporto tra forme e ideologie è una materia molto semplice ma anche molto complessa…. “. E’ l’Italia, appunto. Sono gli italiani che ogni tanto amano farsi un giro di valzer con qualcuno, a sorpresa. Pronti poi a mollarlo, al Nord come al Sud …

In un rapporto sulla situazione dell’Ordine pubblico a Napoli il prefetto Lauricella, il 28 luglio 1943, tre giorni dopo il famoso fine corsa del Re al Dux scrive simpaticamente: “… nel completo capovolgimento della situazione politica interna … quello che più impressiona è che la stampa da un giorno all’altro ha assunto toni del tutto opposti a quello del giorno precedente…”. Quindi nessuna sorpresa …. 

L’Italia sta al centro del Mediterraneo e … e RRRoma è Roma e sta al centro di questi valzer e giri d’opinioni, anche di forme architettoniche; Milano è Milano e sta in alto, zona Svizzera, pronti per la fuoriuscita; a Roma c’è il Papa universale e (c’era) il Re nazionale …; ora c’è il Mattarella nostro e ci sono sempre stati i ministeri con i misteri italiani; a Milano ci sono (o c’erano) le fabbriche e l’impresa variamente configurata nel tempo ‘900, anche quella del tempo libero di produzione d’oggi 4.0; a Milano c’è la finanza, la Borsa regolatrice della spesa, il Pil, la Politica, da Mussolini al CLNAI, a Craxi, a Berlusconi … ai Casaleggio-Salvini d’oggi, ma … 

… ma poi, più giù, scendendo sempre più giù per li rami dello stivale, quasi alle porte dell’Africa e dell’Oriente medio, c’è Napoli sempre, non lo dimentichiamo, questo è il bello dell’Italia dei campanili e campanacci e … 

… e legare in un sol fascio nazionale tutti questi umori e amori contemporanei diversi (anche d’Architetture) non è facile: Salvini ci sta ora riprovando coll’interrogativo Di Maio da Pomigliano: il Sud bisogna farlo sempre e comunque dentro. Poi domani chissà, si vedrà. Si naviga a svista.

A tal proposito ricordo che la famosa “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 ebbe a Napoli una sorta di significativa “prova generale”, una adunata (specie) del Sud con ben …

… ben quarantamila (alcune fonti dicono sessantamila) camicie nere calate in città (pensate che gran lavoro per le case di tolleranza, nda). Il (futuro) Duce arringò i suoi -e mezza Napoli, compreso Benedetto Croce- al teatro San Carlo e poi se andò, se la quagliò la sera del 24 ottobre. 

Partì in wagon-lit per Milano: la Svizzera è più vicina e sicura, non si sa mai: se il Re firma lo stadio d’assedio è finita! Invece no, “sciaboletta”, il re sempre fellone, non lo fece. E così perse (poi) la corona e la faccia. Alla faccia dell’Italia. Ma …

… ma la mattina del 25 ottobre 1922, i fascisti si riunirono in un summit programmatico per il Sud a Palazzo Maddaloni, pieno centro storico di Napoli. E’ rimasta famosa la frase finale del segretario generale del Partito, Michele Bianchi, uno dei “quadrunviri”; frase ritenuta storica dai suoi seguaci: «Fascisti, a Napoli piove, che ci state a fare? Marciamo su Roma!” 

Cioè a dire: “A Roma ce sta ‘o sole, ce sta la cassa, lì ce sta ‘o guverno. WW l’Italia moderna!!». Quindi tutti e sempre a Roma, … a Roma, … aroma nostra sempre contemporanea, anche d’architetture a-variabili!!

A riprova pare, pare e di-spari, che il Duce sfiduciato e fuggente, disse a Dongo, estremo pensiero Suo prima della raffica finale che lo zittì finalmente per sempre: “Governare la Modernità in Italia non è impossibile, è inutile!”. Capito, amici ‘e PresS/T?!

Besos appassionati vesuviani a tutti, 

Eldorado

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