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Padiglione Italia Expo 2020 – di Massimo Locci

Connecting Minds, Creating the Future è il tema dell’Expo 2020 negli Emirati Arabi Uniti che, grazie ai centonovanta paesi partecipanti, sarà il più grande evento turistico-culturale ed economico mai realizzato nel mondo arabo. Tra gli intenti: dare forma al futuro, esplorare nuove frontiere nella connettività digitale, individuare fonti alternative di cibo, acqua ed energia pulita, preservare il pianeta e trovare soluzioni ai problemi sociali. Temi che, come in tutti i grandi meeting internazionali, sono sempre pienamente condivisibili e che, spesso, determinano spunti progettuali per i singoli padiglioni nazionali.

I principali interventi programmati dalla nazione ospitante con un investimento faraonico presentano tutti una grande valenza espressiva e si estendono, anche, oltre l’area espositiva dell’Expo. Tra gli altri la linea ferroviaria ad altissima velocità (treno a levitazione magnetica hyperloop che corre in un apposito condotto), l’aeroporto Al Maktoum che partirà con 120 milioni di passeggeri l’anno, il grattacielo di Santiago Calatrava destinato a essere il più alto edificio del mondo, l’espansione sperimentale sui temi delle nuove tecnologie e del confort Dubai South per 500.000 abitanti, la cosiddetta ‘città di Aladino’ costruita sull’acqua con ponti abitabili e isole artificiali, The frame nel parco di Zabeel a forma di cornice (150 x100 metri) per inquadrare il paesaggio, gallerie totalmente climatizzate per il commercio, l’intrattenimento e gli spettacoli. Infine i completamenti dei nuovi musei di Jean Nouvel (Louvre), Frank Gehry (Guggenheim), Foster  (Zayed museum), un centro per le arti di Zaha Hadid e il museo del mare di Tadao Ando. 

I tre padiglioni tematici Opportunità, Mobilità e sostenibilità, al centro dell’Esposizione Universale, saranno realizzati da BIG, Foster e Grimshaw.

Gli organizzatori ipotizzano di concludere i cantieri nel 2019. Tuttavia, nonostante grande impegno economico, il completamento di Masdar City, ideata da Norman Foster come città che si alimenta solo con l’energia solare, è rinviato al 2030. Inoltre creano molte perplessità le condizioni proibitive di lavoro, sociali e di sfruttamento degli operai impiegati nell’edilizia.

Tra i progetti dei padiglioni nazionali che si conoscono molti appaiono interessanti. In quello spagnolo il gruppo Amann/Cánovas/Maruri ha ipotizzato un articolato spazio aperto, concepito come luogo d’incontro e per eventi, schermato da una serie di elementi a cono in funzione di torre dei venti. La soluzione reinterpreta quella dei camini dell’architettura tradizionale islamica per il risolvere in modo naturale il problema dell’irraggiamento solare senza impianti di climatizzazione.

Formalmente non molto diversa è l’idea dello studio viennese Querkraft Architekten, che ipotizza di creare un’oasi nel deserto al di sotto di una selva di tronchi di cono in legno e argilla. I progettisti intendono concretizzare una sintesi tra due tradizioni espressive (austriaca e mediorientale) e una comune visione  architettonica ecosostenibile. I tronchi di cono prefabbricati esplorano, infatti, l’antica tecnica costruttiva dei Malkaf, con muri cavi di fango e intercapedine riempita di sabbia.

Assar Architects e Vincent Callebaut Architectures progettano per il padiglione del Belgio un’arca verde, un edificio serra con impianti innovativi per la captazione di risorse rinnovabili e tecnologie sperimentali per alimentare le piante.

Il progetto dello studio di architettura Lava, denominato Campus Germany, configura il padiglione della Germania come un laboratorio sperimentale sui temi ambientali, che includono The Energy Lab, The Future City Lab e The Biodiversity Lab. Architettonicamente lo spazio è caratterizzato da una plastica catasta di volumi a sbalzo che sostiene una grande copertura bioclimatica.
Il Padiglione del Giappone, di Yuko Nagayama e NTT Facilities,  consiste in un grande volume trasparente high-tech totalmente bianco, con telai metallici e vele di seta, che esplora il tema della luce, dell’ombra, dell’acqua e del vento.

Il Padiglione del Regno Unito disegnato dall’artista Es Devlin OBE con Atelier One è , con grandi valenze comunicative ed effetti espressivi, interamente ispirato alle ricerche del fisico e cosmologo Stephen Hawking. 

Infine il padiglione americano di Curtis W. Fentress che, penso, passerà inosservato.

Il tema della sostenibilità, della ricerca sperimentale di tecnologie, materiali, morfologie bioclimatiche in contesti dal clima estremo è, dunque, al centro delle riflessioni di quasi tutte le nazioni e dei progettisti dei padiglioni.

Viceversa, la partecipazione italiana nei programmi pone l’accento sul tema della “Bellezza e della Creatività”, intendendo mostrare ancora una volta la nostra grande tradizione nell’arte e nell’ingegno. Ciò che lascia perplessi è che l’Italia in queste occasioni si proponga sempre nel medesimo modo; inoltre le modalità di esposizione sono convenzionali e indifferenti al contenitore architettonico. 

I nostri padiglioni nazionali, peraltro, sono spesso banali o con linguaggi tronfi e di retroguardia (uno per tutti quello di Siviglia di Aulenti e Spadolini). La strategia comunicativa non si lega quasi mai all’innovazione, alla ricerca sperimentale o alle eccellenze contemporanee, ma antepone le valenze della storia anche nei rari casi di padiglioni dai caratteri avanzati, come a Montreal o a Milano.  Il tema dell’avanguardia, infine, sembra per noi un tabù, l’abbiamo solo sfiorato con la proposta di Sacripanti per Osaka. 

Il livello più basso, per quello che si può evincere dagli elaborati del progetto vincitore, sembra essere raggiunto con il padiglione del 2020. La proposta, che dovrebbe sviluppare lo slogan scelto dai commissari “La Bellezza unisce le persone”, consiste in tre scafi di barche a vela rovesciati (di colore bianco, rosso e verde!) incastonati in un volume irregolare e senza alcuna valenza espressiva. L’involucro tessile, a celle gonfiabili, definisce un magniloquente spazio di 3500 mq alto 25 metri per “celebrare la storia degli esploratori italiani che nei secoli hanno solcato mari e terre lontane, intessendo contatti e relazioni con tutto il mondo”. 

Il progetto, elaborato da Carlo Ratti con Italo Rota, Matteo Gatto, F&M Ingegneria, dimostra eloquentemente quanto distanti siano le soluzioni spaziali concrete dalle elaborazioni teoriche, ma anche il cinismo di chi, non credendo nell’architettura, pontifica su astratti principi (molti anche condivisibili), come ha fatto in questi anni il capogruppo.  

Il gesto del rovesciamento e riutilizzo degli scafi – arriva a dichiarare Carlo Ratti – ci affascina profondamente: non soltanto perché carico di valori storici, ma anche perché rappresenta la realizzazione di un’architettura circolare fin dall’inizio”. E’ opportuno precisare, però, che se nella storia si è spesso utilizzata l’immagine di coperture curve, con centine e bagli come la struttura di una nave ( (la Basilica Palladiana a Vicenza per esempio), del mondo nautico si acquisiva solo la tecnica costruttiva, non la banale riproduzione dello scafo.

E’ opportuno, anche, far conoscere chi sono i membri della giuria (il critico Luca Molinari, l’ingegner Fabio Dragone e l’esperto in allestimenti Sergio Tramonti) che non è riuscita a individuare una idea almeno accettabile tra le 19 proposte giunte ed elaborate da progettisti di rango del calibro di Peluffo and Partners , Studio Transit , Michele De Lucchi, Studio Altieri, Mario Cucinella Architects,  ABDR.

Il paradosso è che all’Italia è stato chiesto di realizzare un padiglione permanente che, se dovesse effettivamente rimanere, potrebbe essere inteso come un involontario monumento ai naufragi.

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