Narrate la vostra storia, architetti – di Marco Ermentini

Gli architetti sanno parlare, però non sanno ascoltare. Nonostante l’importanza della tecnica, o forse proprio per questo, la professione di architetto si sviluppa attorno alla narrazione.  Il narratore si basa sulla sua esperienza e coloro che ascoltano la sua storia la acquisiscono come esperienza. Insieme ai suoi sintomi (ad esempio il degrado) un edificio o un luogo porta al progettista una storia. Questa storia è la base su cui fondare il progetto. Se n’è accorto anche Jeff Besoz, il fondatore di Amazon, che ha proibito nelle riunioni della sua azienda il Power Point ripristinando la lettura di un testo. È inutile nasconderlo: l’architettura ha messo a segno alcuni progressi dai tempi di Palladio nel campo della tecnica, ma praticamente nessuno nel campo del vocabolario. Se vuole recuperare il suo ruolo di farmaco che guarisce deve imparare a narrare, in realtà tutti noi ci raccontiamo delle storie per vivere. Certo, sappiamo che il farmaco è un veleno che cura, un rimedio che intossica, un antidoto che uccide per cui bisogna andarci piano e agire con intelligenza.  L’architettura è un’impresa fragile, una disciplina che, piaccia o no, spesso si trova ad applicare il suo sapere in condizioni d’incertezza.

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