L’INFINITO, 1819-2019 – di Alessandra Muntoni

Sono duecento anni e L’infinito è sempre lì. Infinitamente grande, infinitamente piccolo.

Un giovanissimo futuro architetto, il sedicenne Cesare Cattaneo ha dedicato a Leopardi un lungo saggio che l’Archivio Cattaneo ha stampato nel 2011. Con la sua profonda cultura che molti professori potrebbero invidiargli, Cesare commenta le poesie del poeta di Recanati, parallelamente allo svolgersi della sua vita. Arrivato a L’infinito, però, si ritrae da ogni citazione. E ne spiega così la ragione.

“Ed ecco, in mezzo alle gravi e complesse rampogne civili, un raggio fulgido di lirica che nelle sue minuscole dimensioni raccoglie l’immensità delle cose sublimi: L’infinito; quindici endecasillabi dove ogni animo sensibile riconosce tante di quelle impressioni e tanti di quei pensieri ch’esso ha provato dinanzi l’immensità della natura. Questo breve delicatissimo idillio non potrà essere con ragione criticato da alcuno: esso, come tutte le ispirazioni più alte della lirica, sfugge ad ogni analisi, ad ogni ragionamento, ad ogni giudizio: commuove e stupisce. Ed è la prima volta, nei ‘Canti’, che l’anima di Leopardi trascura, anche nella forma, ogni erudita imitazione ed esprime la sua commozione ingenua in mezzo alla vergine bellezza della natura”. 

Ho provato anch’io a fare una esegesi di questa poesia a una classe di Liceo, nell’ambito del Mosaico di San Severo dedicato al paesaggio. L’avevo intitolata “Paesaggi infiniti / infiniti paesaggi”. Ma ho dovuto, piuttosto che ai contenuti, appoggiarmi soprattutto alla metrica ad incastro, fluente e circolare, che Giacomo aveva immaginato, indizio che mirabilmente dimostra quei contenuti. Anche il pensiero attraversa le barriere del ritmo, del tempo, dello spazio, oppure si sovrappone ad essi. Così esistono ne L’Infinito molti endecasillabi che stanno a cavallo dei singoli versi. Si può dunque smontare e rimontare quella poesia, all’infinito.

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