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Architettura estrema – di Alessandra Muntoni

Dobbiamo abituarci a pensare a un habitat completamente diverso. Scienziati, tecnici e architetti già progettano edifici e complessi di ricerca in luoghi proibitivi. Non si tratta di utopie, come nelle immagini di Luigi Pellegrin o di Paolo Soleri che disegnavano capsule per lo spazio cosmico, ma di laboratori collocati nell’Antartide, oppure di rifugi o musei issati sui più impervi picchi montani. Non mancano, evidentemente, incursioni nel design di hub spaziali lanciati nel cosmo dagli USA, dalla Russia e dall’Europa. Si comincia a pianificare un turismo sulla Luna o su Marte, o lo stoccaggio di materiali di rifiuto o di preziosi minerali per le nuove tecnologie Il futuro è squadernato davanti a noi e l’architettura se ne occupa già da molto tempo. 

Ne dà conto il numero 463 de “l’industria delle costruzioni”, introdotto da Domizia Mandolesi e Giuseppe Saponaro che ripercorrono i concetti e la storia dell’incontro tra architettura e tecnologia. Dal Crystal Palace all’AEG, dal Modulor lecorbusieriano alle cellule smontabili di Jean Prouvé, dalla Frankfurter Küche ai progetti di Buckminster Fuller, Frei Otto, Kisho Kurokawa, dalle immagini avveniristiche di Archigram alle sfide contemporanee. Queste ultime ‒ in particolare “Walking City” ‒ assomigliano in modo quasi testuale alla Stazione di ricerca Halley VI in Antartide progettata da Hugh Brougton Architects tra il 2005 e il 2013, quindi in funzione da circa cinque anni. Si tratta di una fila di vagoncini esagonali issati su zampe metalliche trainabili su sci per spostare il tutto in caso di condizioni atmosferiche sfavorevoli o per esigenza di ricerche particolari. Quando l’utopia viene realizzata, però, essa appare subito qualcosa di semplicistico, perché sono eliminati il senso di paura ancestrale o la critica delle distorsioni della scienza o dell’habitat contemporaneo intuiti dalle avanguardie. Altrove, nei rifugi montani, prevale invece l’azzardo, il gioco, o i ricorsi letterari-artistici. Leila Bochicchio nel commentare i Moduli-bivacco ideati tra gli anni Venti e gli anni Sessanta e Ilaria Fabbri per il Rifugio sul Monte Canin in Slovenia di Ofis architects (2013-2016), citano il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: “Devo abbandonarmi a ciò che mi circonda, devo fondermi con le mie nuvole, e con le rocce al fine di essere quello che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura” (1818). 

Poetica romantica e scienza si ricongiungono, così, idealmente. L’habitat urbano ci appare invece lontanissimo, infelice, quasi disadattato. 

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