Sul Palazzo dei Diamanti – di Massimo Locci

Dopo decine di articoli e prese di posizione pro/contro l’intervento previsto in adiacenza al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, i Labics, progettisti vincitori del concorso, hanno illustrato su Artribune il proprio punto di vista sulla insulsa polemica. 

Nell’articolo Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori hanno, pacatamente, fornito una risposta chiarificatrice a tutte le critiche al progetto, fornendo una interpretazione raffinata e consapevole sull’approccio specifico rispetto al monumento di Biagio Rossetti e sulla legittimità dell’intervento moderno nei centri Storici, ribadendo la necessità dei concorsi di progettazione quale principale strumento per il conseguimento della qualità urbana e architettonica. 

Gran parte delle contestazioni contenute nell’appello promosso da Vittorio Sgarbi contro il loro progetto sono del tutto pretestuose, denigratorie  o false. Per esempio, si sostiene che la proposta dei Labics intende completare la celebre incompiuta rossettiana. 

Tantomeno corrisponde al vero che l’opera non potrebbe essere realizzata per ragioni normative, perché non rispetta ilcodice dei beni culturali’, ed è inammissibile in quanto sarebbe una espansione moderna, totalmente integrata e incongrua, del monumento. A sostegno di questa tesi si è perfino sostenuto che la parte nuova equivarrebbe a un canto aggiunto alla Divina Commedia. 

In questi anni di scarsa apertura ai valori del contemporaneo, questa metafora, populista e accattivante per ottenere facile consenso, viene utilizzata ogni volta che viene proposto un intervento di architettura moderna in ambito storico. In verità rilevano i progettisti: l’architettura è visione del futuro, è un’arte viva, che per sua stessa natura – e soprattutto a differenza delle altre arti – ben accetta la possibilità di essere modificata, riscritta, riutilizzata”.

Dagli anni ‘50, quando Bruno Zevi ha pubblicato ‘Biagio Rossetti. Architetto ferrarese / il primo urbanista moderno europeosi è dimostrato che la città è un organismo vivo, reale e ben lontano dal mito rinascimentale della città ideale, perfetta e immodificabile. 

Zevi aveva definito Ferrara, la “prima città moderna d’Europa” perché ha uno schema aperto, in fieri, che consente stratificazioni e intrecci di diverse e contrastanti soluzioni architettoniche, come dimostrano i materiali esposti in questi giorni (fino al 11 febbraio) nella preziosa ed elegantissima esposizione alla Fondazione Bruno Zevi:Biagio Rossetti secondo Bruno Zevi’, a cura di Francesco Ceccarelli, Matteo Cassani Simonetti, Adachiara Zevi. La mostra reinterpreta quella sperimentale e ‘spregiudicata’ realizzata a Ferrara nel 1956 che fu una vera e propria sfida culturale, sintetizzata dal critico romano nella necessità di “saper leggere l’architettura e l’urbanistica” del passato con la sensibilità del presente.

Per i benpensanti l’inviolabilità dell’ambito antico prescinde perfino dalla qualità dell’intervento e dal linguaggio espressivo. Il padiglione dei Labics, infatti, è un manufatto basso ed essenziale nell’immagine, è fortemente trasparente e in dialogo con gli spazi al contorno, è  formalmente e geometricamente indipendente dalla preesistenza, è strutturalmente leggero e non impattante. Soluzioni che si ascrivono tutte nella corretta metodologia d’intervento in ambiti storici e, perfino, archeologici. 

Essendo totalmente indipendente dal palazzo e, soprattutto,  di scala infinitamente più piccola, senza aggettivazioni espressive, evita qualsiasi conflitto e si pone in un rapporto di consapevole subordinazione. 

Il nuovo padiglione – scrivono Clemente e Isidori –  non distrugge, né danneggia, né reca danno al Palazzo dei Diamanti in alcun modo. È completamente staccato da esso rispettando i principi di base del restauro: reversibilità (non perché smontabile ma perché consente il ‘ritorno allo stato precedente’ senza alterazioni al monumento), riconoscibilità, minimo intervento, compatibilità”.

Infine si afferma che il nuovo corpo edilizio avrebbe definitivamente cancellato il rapporto con gli spazi aperti della città. Chi conosce Ferrara, viceversa, sa benissimo che l’area oggetto di concorso non è mai stata in connessione diretta con i tessuti viari monumentali; anticamente era un orto/frutteto recintato da un alto muro e, ora, è un cantiere edile che, proprio al confine con il cortile monumentale, ospita incongrue e per niente funzionali strutture prefabbricate in metallo e PVC. 

Il tema della reintegrazione dell’area retrostante il Palazzo dei Diamanti con i vuoti urbani (ipotesi che, peraltro, può essere facilmente perseguita anche con la soluzione vincitrice del concorso) non era prevista dal bando, forse perché non aveva molto senso richiederlo, in quanto il contesto è caratterizzato da tessuti urbani secondari e da un’edilizia di scarso rilievo. Proprio sull’asse della corte aperta e del giardino murato, in anni recenti, è stata costruita una scuola di grandi dimensioni e con un incongruo stile Post-Modern. 

Ci si domanda perché il solerte Sgarbi non ha contestato quell’intervento o, ancor più, l’intervento di restauro con la scialbatura delle parti in laterizio (cornicione) del Palazzo dei Diamanti stesso, che fece inferocire proprio Bruno Zevi.

Nonostante le posizioni espresse a favore della costruzione del padiglione siano migliaia, con il sostegno di vari intellettuali e di importanti istituzioni (in particolare l’In/arch o il Consiglio Nazionale degli Architetti), a fronte di solo duecento mozioni contrarie, il Ministero, come è noto, si è espresso in modo negativo sulla realizzabilità del progetto. 

L’esito è imprevisto e illogico: perché demolisce ogni regola procedurale ed economica, perché azzera ogni scelta di programmazione e/o principio di trasformazione dell’esistente su una base culturale innovativa e consapevole, perché pone l’Italia sempre più al di fuori delle logiche d’intervento internazionali, perché ridicolizza il valore del concorso di progettazione, perché impedisce la valorizzazione dei monumenti e dei rispettivi nuclei storici. 

Tutto ciò prodotto dal sedicente “Governo del cambiamento”.

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