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Smantellare è meglio che curare? – di Alessandra Muntoni

Ho dedicato ultimamente qualche riflessione alla questione della cura e dell’incuria dello spazio urbano, all’arte pubblica, alla preservazione dei parchi storici, alla capacità degli artisti nel donare o dedicare il loro lavoro ai cittadini, alla società. È ora quasi d’obbligo misurare questi ragionamenti con l’evolversi della questione del Ponte Morandi ‒ di cui ho già fatto alcune considerazioni nell’ottobre scorso ‒ perché la sua demolizione è ormai iniziata da qualche giorno e procede di gran carriera. Quasi a dimostrare, come è avvenuto per il relitto della Costa Concordia, che la nostra cultura sia molto più abile nello smantellamento delle opere che nella loro gestione e cura. Come se smantellare sia un evento spettacolare, hanno subito sottolineato i cittadini di Genova. 

Anzitutto è stato scartato il restauro, nonostante i comprensibili appelli di molte istituzioni culturali. Ma la storica delle costruzioni moderne Tullia Iori, che ha ripercorso la storia del ponte dalla progettazione al crollo in un esauriente articolo nel n. 155 di “Rassegna di Architettura e urbanistica”, non mi pare ritenga possibile si potesse restaurare. Tuttavia, considera “insopportabile” la decisione di demolire tutto il viadotto. Ciò che non è crollato, sostiene, “andrebbe conservato […] non solo perché il ponte è stato e resta un simbolo dell’ascesa e del declino dell’ingegneria italiana”, ma soprattutto “in ricordo delle vittime, come luogo della memoria”. Invece, è stato approvato il progetto che Renzo Piano ha voluto donare alla sua città e che Salini Impregilo-Fincantieri-Italferr sono stati scelti per realizzare. Cosa che implica un giudizio deontologico sul professionista, sul valore del suo progetto, nonché sulle procedure adottate. 

Che il ponte Morandi fosse un capolavoro è questione condivisa. Ma può un ponte-viadotto “essere un capolavoro” se i suoi committenti hanno sbagliato le previsioni degli sforzi sempre più ingenti che nel tempo avrebbe dovuto sostenere? e se di conseguenza il progettista ha calibrato le strutture a sollecitazioni che il tempo avrebbe messo in discussione? Non credo, ancorché si giudichi un ponte solo per il suo aspetto formale. I periti, che hanno finalmente reso pubbliche le verifiche fatte sui reperti, scrivono di segni di corrosione di grado molto elevato nei trefoli di acciaio degli stralli. Una verifica che dimostra la gravità del comportamento di quanti hanno avuto in gestione il viadotto. Del resto, lo stesso Morandi nel 1979, quindi a pochi anni dalla inaugurazione, parlava del completo stato di corrosione delle piastre di acciaio rivestire al cadmio degli appoggi della travata gerber (mi riferisco ancora al resoconto della Iori), dovuto ai venti marini e al fumo delle ciminiere delle acciaierie attive in zona.

Penso si possa dire questo: tutti noi ricorderemo il ponte Morandi, anche senza la conservazione in situ di una sua reliquia, anch’essa peraltro di precaria e di difficilissima messa in sicurezza. Ma ricorderemo anche i rischi di un azzardo che non vorremmo assolutamente si possa nuovamente verificare. Credo invece che si debba accogliere con gratitudine il dono di Renzo Piano, anche se il suo progetto non ha nessuna ambizione di diventare una icona della città, ma solo quella di saper durare. E anche se scavalca la procedura di un concorso internazionale. Riusciremo a far nostro l’atteggiamento del popolo giapponese che, abituato da secoli a disastri di ogni genere, ha maturato la certezza che l’opera che sostituisce quella distrutta non la farà rimpiangere? Forse no. La nostra capacità di fiducia è ormai vicina allo zero. Dovremo allora essere vigili, conoscendo la colpevole trascuratezza (è un eufemismo) della quale le strutture di governo, amministrative, di gestione e di tutela, hanno recentemente, e soprattutto in questo caso, dato prova. Ogni fase, dallo smontaggio dei monconi ancora in piedi, dalla fase esecutiva del nuovo progetto, al cantiere, andrà attentamente documentata. Sicuramente l’Università di Genova e altre istituzioni scientifiche sapranno monitorare, anzi sorvegliare, ciò che avviene. Noi dell’AIAC dovremmo dimostrarci vigili.

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